London è un giovane ragazzo brasilliano bisex, disabile, discretamente povero.
Queste prerogative già farebbero scappare la maggior parte di tutti noi, feticisti di cunema, stufi di vedere film su disagi, poverty porn. Per non parlare poi del gender, persino quelli che hanno inventato il movimento woke l’hanno rinnegato. Ma i due registi se ne fregano e raccontano una storia lontano da altisonanti e roboanti sceneggiature impegnate, talvolta in bilico col pietismo, ma sempre molto sobria.
London è disabile e ad un certo punto del film ci dice pure in cosa consiste il suo handicap: il cervello non è in grado di produrre dopamina, quindi i suoi muscoli fanno un po’ quello che vogliono, senza che sia in grado di gestirli.
La sua occupazione è sex worker, anche se non la esercita in maniera canonica: lavora in un locale fetish,
dove la sua disabilità è un plus,
Impacchetta le persone con la pellicola per poi usare la sua protesi in maniera, diciamo così, erotica.
I suoi colleghi sono:
- Una ragazza gobba lesbica dominatrice.
- Un tipo di cui non si capisce la condizione, sopratutto perché gli viene cambiata diagnosi ogni anno.
Il film è tutto su London, interpretato da uno straordinario Victor di Marco, che, oltre a dirigere il film, ne è impeccabile protagonista. Tra l’altro con lo stesso tipo di disabilità nella vita vera. Mette a nudo i sui suoi dubbi, le sue fragilità e il desiderare di essere invisibile, perché per lui essere guardato significa essere deriso o compatito. Odia il suo corpo ma contemporaneamente sa che non potrà avere altro che quello, cosciente che sarà comunque e per sempre la caratteristica che per prima la gente vedrà in lui Splendida a questo proposito la battuta dell’amica dominatrice gobba che all’ennesima buca ad un primo incontro sentenzia:
Magari non le piacevano i miei capelli
Vengono mostrate le sue conquiste sessuali, da un bònissimo ragazzo beccato in una chat ad una signora attempata che diventa anche una specie di amante. Memorabili i dialoghi tra di loro.
Sullo sfondo si muovono figure segnate dalla stessa ombra: una madre ormai sfinita dall’angoscia costante per la salute del figlio, una sorella minore che sembra condividere il suo stesso deficit e un medico che pedina London ovunque, ostinato a sottoporlo a esami nella speranza di frenare il progredire della malattia.
Accanto al dramma si stagliano le scene nel locale: sequenze potenti in cui la diversità dei protagonisti si impone con forza, senza mai scivolare nel fetish intellettuale alla Crash di David Cronenberg, ma proponendo un’atmosfera decisamente più festosa. Le battute ben riuscite e i momenti di leggerezza offrono al regista un ottimo strumento per delineare i personaggi con grande precisione.
È un’opera che suscita una forte empatia grazie a una costante onestà di fondo, capace di evolvere da un’osservazione quasi clinica fino a un pathos e a un coinvolgimento totali.
