“Vera le presenta Miro, è un suo amico o forse il suo fidanzato, Alma non lo capisce, fa il regista, e quando ha saputo che lei arrivava dal Paese della Mostra del cinema ha insistito perchè Vera li presentasse” (Alma, F. Manzon).
In quei giorni bosniacchi, non mi è successo che qualcuno mi si avvicinasse con tale proposito, forse risultavo poco interessante nel mio frontino da turista. Ma l’impressione che facessero le cose sul serio ce l’ho avuta: red carpet, foto con le star, 2 coca cole a 10 bam/km, code infinite, abiti eleganti, giornalisti e addetti stampa stipati nelle sale attigue ai cinema. Mi hanno ricordato in tutto e per tutto il festival lidense. Di diverso c’è qualcosa, più di una cosa. A cominciare dalla quantità di sigarette fumate e caffè bosniaco ingurgitato. La chiamano la colazione bosniaca© , ed in effetti non ero più abituata a vedere così tanti fumare sigarette tipo MS. Uomini , donne, vecchie a bordo strada con la cicca in bocca e sentire quell’odore di chiuso e fumo quando paghi allo sgabbiotto del parcheggio mentre il bigliettaio ti guarda storto con l’immancabile sigaretta accesa in bocca. Le donne con l’hijab per i vicoli della città. I segni volutamente lasciati indelebili della storia di questa complessa città: i buchi alle pareti ancora evidenti negli edifici, eredità di quelle granate nei giorni d’assedio. Le rose di Sarajevo, macchie di lacca rossa agli angoli delle strade, in ricordo delle innumerevoli granate piovute dal cielo in quell’atroce 1992.
Per il resto, potresti essere al Lido: stessa dinamica frenetica da mostra del cinema.

Quanto al film scelto.
OBECANI PROSTORI / PROMISED SPACES – In Focus (Ivan Markovic), scelto a caso puntando con il dito sulla programmazione e chiedendo alla ragazza della reception che avrebbe preferito di gran lunga stare a far festa davanti ad una birra anziché badare a noi due. Bujurum, la parola che qui si usa per definire la proverbiale accoglienza bosniaca, ecco noi non abbiamo avuto il piacere di poterla apprezzare.
Il film ambientato in Cambogia, scorre lento (una serie continua di belle immagini di natura selvaggia e palazzi in costruzione, che ti ricorda arte contemporanea, quei corti che potresti vedere alla Biennale Arte in un padiglione del Sud Est Asiatico) e descrive questi immensi cantieri semi abbandonati dove si costruiscono villaggi per ricchi sfruttando la manodopera a basso costo e creando voragini sociali tra i mondi del sopra e quelli del sotto, una specie di Parasite lentissimo.
Mentre sono accoccolata tra le poltroncine dello splendido teatro nazionale mi dimentico di essere a Sarajevo. Se non fosse per le domande di rito a fine film: il regista e’ bosniaco e alla domanda del moderatore ‘cosa ha di diverso dal tuo primo film?’, risponde con una battuta: ‘I miei amici che l’hanno visto mi ha detto che questo, a confronto del primo, è come Sex and the city.’ Si riferisce alla velocità di NY, al ritmo soggettivamente incalzante che avrebbe (secondo lui e i suoi conoscitori) il film. Un concetto singolare di tempo, lentezza. Specie per due come noi che vengono da Milano. Brioche e cornetto in autogrill, due minuti ed è già tardi. Qui è diverso. Il tempo è lento. Con calma, come quando prendi il caffè bosniaco. Non c’è fretta, ti servo al ristorante con calma. Prima spreparano la tavola, lasciandoti fuori in attesa per 10 minuti e poi ti fanno accomodare.
Credo sia questo il messaggio che mi ha aiutato a cristallizzare questo film: un concetto di tempo rilassato, diverso. Un minuto vale un minuto, ma dipende da come te lo vivi. Come quei due innamorati cambogiani, quando lei lo accarezza e lo abbraccia dicendogli: ‘You are always tired, I always do the job. You are not good for work. But good for love. We never travel a lot but I can imagine the world when we embrace’. Usciamo dalla sala interdetti, evidentemente, ancora il concetto di tempo non aveva macinato e ci ha lasciati un po’ spiazzati.
Decidiamo di impiegare le prossime ore, in attesa dello spettacolo serale, con una visita a Sarajevo Planet. Che ci è stato consigliato dai nostri host (probabilmente) jugonostalgici: una carrellata di successi dal periodo dal ‘45 al ‘91. Del prima e del dopo non si parla. Un tabù? Forse. Troppa voglia di vita, piuttosto che di parlare di morte. Quando usciamo da questo scantinato del museo dei cimeli del successo Bosniaco, sportivo, industriale e artistico, ritroviamo la stessa vita che stavolta pompa nelle casse. Ai bosniaci piace la festa, tecnazza e birrette, sciottini di rakia dalle 5 di pomeriggio. Alle 9 di sera ritroviamo una Sarajevo carica, pronta per la festa lunga tutta una notte, tutta una settimana, quella del Sarajevo film festival.

Per la sera scegliamo una premier di gala KRALJICA MORA / QUEEN AT SEA– Gala Screening (Lance Hammer, film presentato l’anno scorso a Berlino). Ci intriga già dalla trama: figlia che sorprende in atteggiamenti intimi la madre (demente) con il patrigno, entrambi ultra 80 enni. La scena di sesso non era inattesa ma comunque un po’ sconvolgente nella sua semplicità di intrecci di corpi vecchi e bianchi. Pendolarismo tra Londra e New Caste a capire quale è il limite tra la violenza ed il consenso, il senso di colpa e la cura. Intimo, profondo, toccante. Più o meno. Di certo dissonante, nel descrivere l’amore giovane e fresco, appena sbocciato della nipote e il ricciolone italo francese e quello della nonna, con quei suoi occhi blu grigio (forse anche questo è il mare del titolo?), i disegni a matita, e le inibizioni ormai andate e suo marito Martin, innamorato e accudente badante che in cambio delle cure si prende il viagra. Ci è piaciuto? Si. Un po’ meno il fastidioso scrollatore seriale al nostro fianco , dotato di scintillante livrea dorata con occhi azzurri incastonati a fissarci durante tutto lo spettacolo.
Nessun film in concorso. Non per scelta ma per necessità, un ottimo motivo per tornare in questa pazza Sarajevo tra un burek e un baklava rincorrendo lo spirito dalla città. Con calma.
