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#tff34 -Torino Film Festival – L’intervista alle pecorelle

di il 29/11/2016
 

Riportiamo da ‘The Hollywood reporter’ un interessante intervista, a firma di A. Anderson, alle nostre pecorelle cinefile ormai ridotte a una sparuta delegazione

A. Anderson: Hi, everybody. Mi chiamo Ariston, sono di Hollywwod Reporter, se non sbaglio voi siete le famose pecorelle cinefile, non è vero? Vi facevo più numerose..
Nerina: Lo eravamo ma alcune di noi, stanche della ribalta, hanno preferito mettersi in letargo. Non è escluso ritornino, prima o poi.
A. Anderson: Speriamo. Allora? Cosa mi dite del festival?
Nerina (un po’ secca): Non abbiamo visto granché e fra poco ripartiamo.
A. Anderson: Qualche bel film in concorso da segnalare?
Nerina (orgogliosa): Non ne abbiamo visto nemmeno uno.
A. Anderson: Davvero? E come mai?
Nerina: Semplice: pochi giorni e una lista di cose da vedere basata su casualità e raggi cosmici.
A. Anderson: Ha ragione, dunque, chi, nell’ambiente, vi ritiene un po’ snobbish.
Nerina: Non apparteniamo a nessun ambiente, al di fuori delle verdi colline avite.
A. Anderson: Sì, come volevasi… Insomma, niente da segnalare ai nostri lettori?
Nerina (in italiano): Uff, questa Arista mi annoia. Rispondi, tu Tintina

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Tintina: Al primo posto metterei sicuramente Antiporno di Sion Sono. Tettine giapponesi per più di metà film, qualche bel boschetto pubico curato (un tempo quasi estinto ma, mi si dice, in netto ripopolamento), e colori pop. La trama non c’è come in ogni porno che si rispetti. L’Anti del titolo sarà perché non ci sono primi piani di genitali…
Nerina: Come non detto. Taci, Tintina! Antiporno è una palla colossale. Sion Sono al suo peggio, gira a braccio un metafilm senza pietà per lo spettatore. Più che antiporno è anticinema.
Dispettina: Deve essere il Festival dell’anti. Houses without doors di Avo Kaprealian è quanto di più antidocumentario esista. Immagini del nulla sotto casa, riprese pavidamente dalla finestra di un quartiere di Aleppo dove manco si combatte. Incomprensibile la scelta dei selezionatori. Premio palla di cacca delle pecorelle.
Nerina: Hai ragione, Dispe! Anche Nyai – A woman from Java, dell’indonesiano Garin Nugroho non è cinema ma teatro. Camera fissa su un set dove si mette in scena la storia recente dell’Indonesia, filtrata dalle parole e dagli incontri di questa Nyai. Troppo etnico.
A. Anderson: Deduco che, insomma, il festival quest’anno vi abbia deluso.
Soapina: Ma no… C’era Morris from America di tal Chad Hartigan, tanto caruccio. Un ragazzino negr..ehm.. di colore americano in Germania e i suoi problemi col primo amore tedeschina. Tenero, tenero.
Nerina: Non le dia retta. E’ cresciuta a trifogli e ‘Un posto al sole’
A. Anderson: Ah, lei è la famosa Soapina. Cosa c’è di vero nel gossip che la vede far coppia fissa, ultimamente, con Shaun the Sheep?
Soapina (un po’ rigida): Mi scusi, Ariston, lei scrive per una rivista di cinema o per un tabloid?
A. Anderson (visibilmente a disagio): … Ehm… Ma torniamo a lei, Nerina. Lei è considerata una dei più intransigenti critici cinematografici in circolazione. Davvero non c’è stato proprio niente di almeno passabile?
Nerina: L’interpretazione di Ma’ Rosa, da parte della brava Jaclyn Jose, nell’omonimo film di Mendoza. D’altronde l’hanno pure premiata a Cannes.

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A. Anderson: E il film? Come l’ha trovato?
Nerina: L’ennesimo capitolo del filone ‘poverty porn’ filippino. Niente di nuovo ma con buon ritmo, almeno. Certo che di questa camera a mano ‘vintage’, che ci mette secondi per rimettere a fuoco l’inquadratura, non se ne può più. Non fa ‘poetica’. Qualcuno dovrebbe dirglielo, al buon Brillante.
A. Anderson: Nient’altro?
Dispettina: A me non è dispiaciuto Elle di Paul Verhoeven. Il giovane settantottenne regista, eclettico come pochi e, fuori da Hollywood, sempre un po’ erotomane, firma un film sghembo, tra dramma, thriller erotico e commedia nera, ottimamente interpretato da Isabelle Huppert, definitiva icona sexy per gerontofili. Film pieno di difetti, ma con una vitalità interna che si trova ormai di rado, si fa beffe, teneramente (senilmente?), delle ipocrisie borghesi e cattoliche di una middle class occidentale ormai votata all’oblio.

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Nerina: Brava, Dispe! Viva i vecchi freakkettoni che non hanno più niente da dimostrare. Speriamo siano da esempio per quelli che, invece, per far vedere quanto sono intelligenti, scrivono e girano una storia perfetta, senza sbavature ma imprigionata dal suo stesso stile. Parlo di Apprentice del giovane singaporiano Junfeng Boo. La finta normalità con cui è narrata una storia bizzarra come quella di un ragazzo che si mette a fare lo sbirro per conoscere il boia di suo padre è ormai un cliché, così come l’inevitabile finale sospeso.
Tintina: Già, e poi in quel genere di film non si vede mai neanche una tetta e, se si vede, è triste.
A. Anderson: Certo che siete un po’ impietose, voi ovine cinefile. Ma chi vi credete di essere? Anche voi siete ancorate ai vostri ruoli, anche voi siete un cliché… pecoreccio.
Nerina: Si sbaglia, biondina! Noi in realtà non siamo pecorelle, noi siamo…