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Takara – La notte che ho nuotato

di il 04/07/2019
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IL MIO VOTO


AFORISMA
 

“I used to be a little boy
So old in my shoes
And what I choose is my choice
What's a boy supposed to do?”

 

Non vedo perché girarci tanto intorno, se il fattaccio è così evidente. Né tantomeno sentirmi in dovere di giustificare il mio comportamento, o di edulcorarne la gravità con qualche disquisizione etico-sociale, oppure ancora di lanciarmi in un accorato panegirico alla disobbedienza civile. Davvero, già dalla locandina qui sotto, l’accaduto è lampante: sono andata a vedere un film che parla di bambini con attori bambini, in palese violazione del quarto comandamento delle Sacre Tavole di Tanaka: “Non si guardano film con bambini, a meno che la loro immagine non sia sempre mostrata di riflesso.
Spendo quindi le mie ultime parole libere in attesa del comunicato ufficiale di interdizione da parte dell’Adunanza degli Anziani della Cricchetta®, con il quale mi sarà negata non solo la convivialità ai pasti, ma anche il semplice saluto, mentre il mio corpo sarà consegnato a Satana, affinché il mio spirito si salvi.

Un film con bambini dicevo, anzi sostanzialmente con un bambino grassoccio e giapponese, tenerissimo (a questo punto, tanto vale dirla tutta), che una notte viene svegliato dai rumori provocati dalla partenza del padre pescatore verso il mercato ittico locale. La brusca interruzione del sonno porta nel mondo notturno della casa, di cui il protagonista è l’unico abitante, un’irrequietezza incontenibile. E’ come se il piccolo intuisse che c’è qualcosa che non quadra, nel suo essere bambino.

What’s a child supposed to do? A distanza di decenni da quel mondo autarchico, non ricordo più se l’infanzia sia fatta di giorni tutti uguali o di giorni che le piccole scoperte rendono sempre nuovi. Ricordo però che tutto è di più: ogni gioia è più gioia, ogni dolore è più dolore, ogni emozione è più sconvolgente, ogni mancanza è più penetrante, un’ora dura un’eternità ed una notte tante eternità.

La notte inquieta di Takara si protrae ben oltre il sorgere del sole: anche quando il mondo si sveglia, lui continua a vivere il suo sogno, incedendo nella cornice onirica del paesaggio innevato che lo protegge dal mondo esterno. In tutta la sua goffaggine dettata da quella poca esperienza che non si è ancora trasformata in abitudine, Takara si tiene stretta la sua bussola. Pochi scatti trovati in una macchina fotografica ed il disegno di alcuni pesci colorati lo guidano verso il mercato del pesce, dove per forza dev’esserci il suo papà, dove una presenza calda, rassicurante, familiare, lo può guarire da quel nuovo presentimento che non lo lascia dormire sereno, dormire “come un bambino”.

Destabilizzanti sono i brevi momenti in cui la realtà dei grandi squarcia la narcotica avventura del bambino: è chiaro che lì non c’è più spazio per qualcosa di più, per più gioia o più dolore: tutto si ripete com’è stato scritto nello spazio angusto di una cucina macchiata di fumo e diligente rassegnazione, e come sempre sarà.
Tempo e spazio della vita coincidono quasi per intero con quelli del lavoro, quel che deborda è solo un mozzicone spento prima di prepararsi e ripartire.

Il susseguirsi di fotografie perfette, la presenza preponderante del paesaggio cristallizzato che rende glaciale la temperatura della sala, la disarmante semplicità del vuoto narrativo, la divisione della storia in tre atti rendono abbastanza chiaro il progetto del regista, che al posto di un film compone un delizioso haiku di 79 minuti. Poco più di un’eternità.

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