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#Venezia73 – Il diario scatologico, parte 3

di il 06/09/2016
 

La vita in vaporetto è dura. Son venti minuti che la tedesca dietro di me urla al figlio e lui a sua volta. Davanti c’è una MILF con le tette strizzate in un abito fiorito che sculaccia il suo. Forse sono in gara e nessuna delle due ama perdere. Povere isteriche che smadonnano ai ragazzini. Urla e pianti infantili ininterrotti che strisciano lungo le lamiere arrugginite di questo goffissimo mezzo pubblico.
Gente nervosa. Perché si è inculata la vita da subito senza aver assaporato il rischio, l’eccitazione e l’avventura. Se non da ragazzine, quando la TV, la religione e la famiglia glielo hanno concesso, al piccolo prezzo di un guinzaglio talmente fico da far credere a chi lo porta di avere in mano le redini della propria vita. Studiare lavorare sposarsi fare figli sacrificare ogni passione andare in pensione. Dopodiché vedi di morire in fretta perché pesi sulle casse dei giganti. Lobotomizzati.
Ogni tanto mi viene il dubbio se la scelta di vita che ho fatto possa essere meno felice rispetto a quella che inculcano le nonne e i preti, quella che i ragazzini di vent’anni son ridotti a desiderare per mancanza d’alternativa, ma ogni volta mi tranquillizzo in un istante.
Senza l’eterna stupidità dei giovani e degli ignoranti, che persiste grottescamente nonostante ogni evidenza, la specie umana si sarebbe già estinta. Alla fine il comportamento umano è tutto qui.

Il colpo secco dello scafo che tocca l’imbarcadero mi desta. Metto piede al Lido ed una marea di adorabili sedicenni balzellanti mi distrae dal pensiero dell’inferno che le aspetterà fra una decina d’anni: è ora di entrare in sala.

The War Show di Andreas Dalsgaard
Documentario-tragedia sulla primavera araba in Siria. Non ha senso parlare di tecnica artistica, ma di coraggio e voglia di mostrare la guerra senza romanzare. Il film è diviso in capitoli pieni di senso: Rivoluzione, Repressione, Resistenza, Assedio, Memorie, Fronte ed Estremismo. Nello spettacolo della guerra c’è posto per tutti tranne che per il popolo. La rivoluzione dei giovani inizia con parole di libertà e democrazia, idee per le quali tutti i protagonisti alla fine perderanno la vita torturati o assassinati, in un clima di enorme confusione e ignoranza. La lotta è persa in partenza e le briglie, tutto sommato, sono sempre state salde in mano di chi alla fine ha vinto. L’amore per gli argomenti raccontati diventa fallace e frettoloso solo nel momento cardine, quello in cui i cori in piazza si trasformano dalla voglia di uno stato civile a quella di instaurare il Califato islamico, passando in un baleno dai martiri per la libertà all’ipocrisia di una rivoluzione in cui i capi si riferiscono alle donne senza velo come impudiche che non devono mettere piede nella sala delle decisioni.
Il documentario finisce dicendo che i crimini stanno continuando.
Consigliato solo a che interessa in particolare l’argomento.

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Arrival di D. Villeneuve
Un film di fantascienza in concorso alle otto del mattino che vale la sveglia alle cinque e mezza. Dalla trama parrebbe il solito tema della fine del mondo per mano di alieni. Si rivela invece controcorrente, etereo, pignolo e ricco di spunti interessanti, primo fra tutti la riflessione sul linguaggio. Peccato per il finale dai buoni sententi americani e la paraculaggine di lasciare allo spettatore l’onere di tirare le righe, perso tra concetti come l’unione tra i popoli, la collisione tra tempo e spazio, la conoscenza scientifica e la saggezza di accettare le esperienze della vita qualunque essa siano e in qualunque modo si manifestino.
Questo film ci insegna che nei film per adulti devono morire i figli e in quelli per bambini, tipo in tutti i disney, deve morire la mamma.
Consigliato

Nocturnal Animals di Tom Ford
E’ un film con così tanti talenti e così tanti errori/sprechi che non si può non consigliare. E’ un thriller che non mi ha fatto dormire la notte perchè tocca un tasto che mi terrorizza da sempre: la violenza gratuita unita alla totale impossibilità di evitarla. Nell’assedio dei tre sbandati all’auto, lo spettatore, così come il protagonista, sa benissimo cosa succederà, ma il film continua ad illuderti che tutto potrebbe risolversi per il meglio e che nessuno soffrirà. Per poi torcerti l’anima coi dettagli macabri e un terrore primordiale che non si può dimenticare. Mi son rigirato nel letto pensando a che errori potesse aver commesso la vittima ma la risposta è che non ne aveva fatti, e che nessuno avrebbe potuto farci niente. Semplicemente o si accetta il rischio che la vita possa ferire per futili motivi in qualunque momento o si vive nel terrore e ci si ferma, ma a questo punto che differenza ci sarebbe tra la vita e la morte?
La parte di fiction che si svolge su quell’autostrada è quanto di più reale e ansiogeno si possa raccontare. Bella anche l’idea generale di mostrare due storie parallele con i medesimi attori che interpretano personaggi diversi anche se in fondo equiparabili.
Fatico a parlare di un finale forse scialbo, di una certa superficialità di contenuti (Nella trama del “libro”, le motivazioni dei personaggi sono molto fragili rispetto alle azioni) in favore di un’estetica perfetta, perché da solo il personaggio del poliziotto segna un solco indelebile nella storia del cinema. Jake Gyllenhaal, poi, è sempre più convincente e più bello ad ogni film che gira.
La pellicola vince di certo il mio premio per i migliori titoli di testa del festival: obese di 150 kg nude inquadrate con una telecamera a 360 gradi.
Consigliato

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Tarda para la Ira (The Fury of a Patient Man) di Raul Arevalo
Revenge-movie classico ed asciutto, poco sanguinolento ma molto crudo. Un colpo alla gioielleria finito male, una famiglia distrutta e un uomo che perde la sua umanità, la sua capacità di provare emozioni e il rispetto per la vita in sè. Una vendetta semplice, ragionata, studiata nei dettagli, fredda. Di una persona che avendo perso la paura non ha più nulla da perdere.
Una visione che non delude e non annoia ma, pur di risultare gelida, spesso trattiene squarci di cinema che forse avrebbe dovuto liberare. Cosi castrato non aggiunge molto ad uno dei miei generi preferiti.
Consigliato

Pessima scelta invece quella di entrare a Die Einsiedler (gli eremiti) di Ronny Trocker, una produzione ovviamente creata ad hoc per riciclare soldi della mafia altoatesina. Non può esserci altro motivo possibile. Un misto tra un documentario e un film sulla vita di montanari che non hanno fatto la scuola.
Una serie di immagini semi casuali che può girare qualunque depresso in gita in montagna. Non ha niente da dire ma con una lupara alla tempia capisco che il regista non abbia avuto scelta. Ho abbandonato la sala a metà proiezione.
Questo film ci insegna che la vita del maso è dura anche senza tutte le sfighe familiari che questa perdita di tempo triste ci propina. Sconsigliato!

Frantz di Francois Ozon
Elegante storia d’amore e morte ambientata nel primo dopoguerra. Girata come un classico e riempita di citazioni. Questo per non dire che è un film vecchio, ritrito, già visto, impettito, piatto, preistorico, superato, senza genio e senza una mente briosa alle spalle. Sinteticamente, per anziani.
Non ho la più pallida idea del perché i film francesi continuino a ripetersi cosi sempre uguali. Per equilibrare il talento frizzante del cinema vivo, forse?
Senile al massimo. Le mani grinzose ne sono uscite boriose, soddisfatte e spellate a suon di applausi. Mi ha lasciato del tutto indifferente, non c’è niente da modificare per migliorarlo, va solo riscritto e dato da firmare ad un regista con qualche idea in testa.

La giornata si chiude con uno dei tre film da me più attesi: Safari del mio regista preferito di questi ultimi anni: Ulrich Seidl. Il geniale artista continua il solco aperto proprio qui a Venezia con la non-fiction sulle cantine austriache. Il suo sguardo geometrico e spietato affonda il colpo lasciando alla storia momenti e dialoghi di ipocrisia umana che salgono sul trono del cinismo come poche altre opere hanno saputo fare.
Non li odio, dopotutto non è colpa degli africani se sono negri“.
Consigliato

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