Angolo del tanaka
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Zoolander 2 di Ben Stiller

di il 01/03/2016
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IL MIO VOTO


AFORISMA
 

You're asking me why I killed Justin Bieber? (Mugatu)

Il cinema è un alto artificio che mira a costruire realtà alternative alla vita vera, che gli provvede solo il materiale grezzo. (Umberto Eco)

 

Riceviamo e pubblichiamo volentieri, come ricordo, questo commento che Umberto Eco scrisse al suo buon amico e studioso Ben Stiller dopo aver visionato in anteprima una copia del suo ultimo Zoolander 2:

Caro Benjamin.
Ho appena terminato la visione del tuo ultimo lavoro e, oltre ringraziarti per avere stimolato ancora una volta il nostro aperto dibattito intellettuale, desidero esprimerti il mio compiacimento per l’evidente abbandono delle tue precedenti posizioni pasoliniane (il cinema come supporto di registrazione per lo “spettacolo” del mondo) a favore di una visione esplicitamente metziana del cinema come ‘codice’.

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Mentre il primo Zoolander confermava un’assimilazione tra codice linguistico (morfemi) e codice cinematografico (cinemi) evidenziata dallo scorrere lineare del tempo narrativo all’interno di una storia che, pur nel suo formato parodistico, riproduceva una realtà altrimenti impossibile da conoscere, nel secondo capitolo hai correttamente spostato la direzione del processo cognitivo verso la complessità e la polisemia del linguaggio filmico.

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La storia di Derek Zoolander è, questa volta, destrutturata e ricomposta secondo un ordine in cui i diversi funtivi (siamo nell’ambito di significazione e contenuto) convergono verso una funzione signica originale e, per questo, temo di difficile assimilazione per una cultura di massa ancora strettamente ancorata alla zaloniana equazione: semplificazione + massa = profitto (dove ‘profitto’ costituisce realtà e significato).
L’audacia di accostare tra loro funtivi appartenenti a tempi e ambiti culturali differenti (la moda, la Bibbia, l’autoparodia, il paradosso) ricorda un po’ l’operazione che feci a suo tempo per ‘Il pendolo di Foucault’ e temo, caro Ben, che anche questa tua opera sarà bistrattata, come la mia, da un pubblico e una critica ignoranti e superficiali i cui idioletti sono sempre più ristretti e poveri.

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Come epistemologo della teologia ho particolarmente apprezzato, in questo secondo capitolo, la parte riguardante il Genesi. Molto divertente (e divertito) il tuo riferimento al Libro di Adamo ed Eva (o l’apocalisse di Mosè), uno dei più controversi apocrifi dell’Antico Testamento. Non intendo intavolare qui una discussione come quella che facemmo all’uscita del ‘pendolo’ sull’Adam Qadmon della Qabbalah. Ci tengo solo a farti notare che Stefano (Steve), il tuo terzo abitante del paradiso terrestre, deriva dal greco antico Στέφανος, che significa ‘corona’, quindi, per estensione, ‘incoronato’. Ma questo lo sai perché, per questa considerazione (Keter/corona la prima delle dieci Sephiroth che compongono l’Albero della Vita), lo hai assimilato, nel film, alla fonte della giovinezza sgorgante, appunto, da detto albero. Se rifletti bene, però, a cosa può significare, per un abitante del cielo, essere ‘incoronato’, converrai che l’unico serto possibile è quello della luce e che, per tanto, il tuo Steve altri non è che il più tradizionale ‘portatore di luce’ del Genesi, ossia Lucifero.
Concludo augurandoti la miglior fortuna per questo piccolo ma efficace contributo al dibattito sul linguaggio del cinema nel quale sei riuscito a evidenziare, in modo esemplare, il passaggio da una semiotica del segno, interessata in particolar modo all’analisi del ‘sistema’ e dell’articolazione del linguaggio cinematografico (il primo Zoolander), a una semiotica dei codici, rivolta piuttosto a esplorare la varietà dei materiali che compongono il linguaggio del cinema e il loro collaborare alla realizzazione di costrutti dotati di senso e di potere comunicativo (il nuovo Zoolander).

Con affetto

Umberto

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