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#Trieste SCIENCE+FICTION Festival

di il 05/11/2021
 

Di Francesco Ceccoli e Margherita Calderoni

GIORNO UNO: 

Trieste deve essere bellissima, pensiamo mentre ci guardiamo attorno camminando velocemente perché siamo in ritardo per la prima proiezione, deve essere bellissima, ma non lo scopriremo oggi. Trieste può attendere. Oggi si va al festival. 

 

SpiritWalker

Spirit walker di Jae-Keun Yoon apre il nostro primo giorno di festival con una prima mezz’ora entusiasmante. Poi scivola lentamente ma inesorabilmente nel tedio e alla fine speri solo che finisca tutto il prima possibile, l’idea è carina ma sfruttata male e i due protagonisti sono completamente anonimi. Si finisce a tifare il cattivo per disperazione. Si lascia guardare, ma intendiamoci, Il cinema coreano di intrattenimento può offrire molto di più.

 

 

 

Pink Cloud

Pink Cloud (Iula Gerbase) è stato il film che ha salvato la giornata: c’è una nuvola rosa là fuori, nessuno sa cosa sia, ma se esci di casa ti uccide nel giro di 10 secondi. Qualunque sia il luogo in cui ti trovi ora, diventerà la tua casa per il resto della tua vita, chiunque siano le persone che sono con te in questo momento, diventeranno la tua famiglia. Girato in tempi non sospetti (prima della pandemia), pretesto sfruttato in maniera molto intelligente: coppia appena conosciuta finisce causa nube costretta in appartamento per anni, vivendo loro malgrado una relazione e mettendo al mondo pure un bambino. È molto interessante notare come la regista sia riuscita a trasmettere un senso di claustrofobia e al contempo di sicurezza legato alla costrizione in cui ci si trova, lavorando sulla fotografia e i colori. La stessa nuvola rosa, con il tempo, viene percepita da sempre più persone non più come minaccia, ma come oggetto di fede ed elemento salvifico. (piccolo particolare: la nuvola rosa stranamente non entra attraverso le fessure delle finestre, non per nulla la regista ha dichiarato di essersi ispirata all’ Angelo Sterminatore di Bunuel).

 

 

 

Annette

Annette (Leos Carax) Marion Cotillard nel peggiore ruolo che le sia mai stato affidato nella sua carriera. Ad Adam Driver è andata un pochino meglio, lui è impeccabile nei panni di “The Ape Of God” un cinico comico ispirato fortemente a Bill Hicks, ma il film è una zuppa di canzoni e motivi ripetuti troppo simili tra loro e male assortiti. Qui il problema non sono gli Sparks, autori dei brani, alcuni notevoli, ma è proprio la costruzione del film. Qualche lampo di assoluto genio quà e là (gli show di Adam Driver con il pubblico, l’interrogatorio della polizia, le parti del bravissimo Simon Helberg, sì, è Howard di Big Bang Theory) che però non riescono a bilanciare altri passaggi molto meno ispirati. alla lunga diventa insopportabile. Lodevole la scelta del registro tra il grottesco e il satirico, ma nel complesso è un film pesante e troppo discontinuo. Qui presentato fuori concorso, dopo aver vinto a Cannes il premio come miglior regia (bisognava mettere una pezza al profilo di Carax, dato che il precedente “Holy Motors”, un film imperfetto ma concettualmente molto interessante, non aveva vinto nulla). Altro punto a sfavore di questo del film è che è lunghissimo. Siamo usciti dalla sala completamente devastati, a pezzi, distrutti, senza più fiducia nel cinema.  

 

 

Guardiamo l’ultimo film in programma: Gaia, la descrizione recita “Horror ecologico” cerchiamo invano di trovare un nesso tra le due parole, alle ore 23:00 entriamo in sala, c’è una che pare Lara croft, i selvaggi della foresta, un mostro uomo fungo, sembra divertente, ma non riusciamo a concentrarci. Dopo 30 minuti siamo fuori, in testa ci rimbombano ancora le nenie interminabili di Marion Cotillard del film precedente. 

GIORNO DUE 

Trieste è bellissima, un giro sulla piazza è sufficiente per rendersi conto che c’è qualcosa di molto particolare in questa città, una visita al castello di Miramare di Massimiliano e Carlotta attraversando il lungomare e capisci che c’è troppa bellezza, e la gente è pure gentile, basta così, fermarsi subito, lasciar perdere Trieste, tornare al Festival e ai suoi film.

Politeama Rossetti

Le facce di Svevo e Joyce, incise sulle targhette all’entrata del politeama Rossetti, ci guardano diffidenti. Svevo, in particolare, non sembra affatto felice di tutto quel viavai di gente, eppure anche lui era un assiduo frequentatore del Rossetti, teatro enorme, in grado di ospitare più di 1500 persone. E dove, nel 12 gennaio 1910 si tenne la prima in assoluto delle “serate futuriste”, (se non sbaglio sostenitori e detrattori si sono pure menati quella sera).

 

Flashback di Chrostopher MacBride si cimenta nell’affascinante impresa di decostruire la linearità del tempo utilizzando soluzioni di montaggio rapide ed efficaci, una certa debolezza nella caratterizzazione dei personaggi viene compensata da un’ottima progressione che riesce, come nelle intenzioni dichiarate dell’autore, a creare nello spettatore un senso di disorientamento, senza irritare né confondere.  A dimostrare che non c’è bisogno di essere Nolan per giocare con i piani temporali.

 

 

 

 

 

 

Witch Hunt

Witch Hunt (Elle Callahan): è un film acerbo ma sicuramente apprezzabile. La sceneggiatrice e regista alla sua prima opera mette in scena un’America alternativa in cui la magia è considerata, secondo l’Undicesimo Emendamento, una pratica illegale, punibile solo con la pena di morte, le streghe sono dunque delle criminali. Il BWI (Bureau of Witch Investigation) inoltre propone di rendere le misure di controllo ancora più restrittive, facendo un passo avanti con il Sesto Emendamento, che prevede di schedare e monitorare anche persone imparentate o discendenti da streghe. 

Il film ha molti riferimenti all’iconografia pagana, e allo stesso modo si ricorre alle tecniche arcaiche dei “ cacciatori di streghe”, solo rese una routine e modernizzate. Ad esempio la misurazione della distanza dei nei o verificando se gettate in acqua legate annegano o galleggiano, con le dovute precauzioni di un’America attuale – salvo imprevisti. 

Una ragazzina di nome Claire vive con la madre che è coinvolta in un’organizzazione volta ad aiutare le streghe a varcare il confine col Messico, dove la magia non è considerata reato. Claire è combattuta, prova rancore e risentimento poiché offrire asilo a queste streghe, di solito ragazzine, le impedisce di avere una vita normale, e la società in cui vive le considera criminali, anomale, pericolose. “Nessuna magia è magia buona”. A ben vedere, si possono capire eccome i sentimenti di Claire: questo traffico mette in pericolo sua madre, i due fratelli minori e lei stessa e l’ambiente in cui vive in primo luogo condanna le streghe. Gli ispettori del BWI  tengono d’occhio ogni ragazza e ogni casa e gli stessi abitanti della città si spiano a vicenda, Claire stessa e le sue amiche temono e disprezzano le streghe, dunque perché rischiare per Loro? 

Questo cambia però quando vengono ospitate una coetanea, Fiona, e la sorellina Shay. Fiona è fuggitiva, sempre nascosta, sempre nel buio, non sa cosa significhi andare a scuola, vedere un film, entrare in un bar. In questo modo, le due cominciano ad essere sempre più attratte dal mondo dell’altra, e Claire non sente più la paura e l’avversione per il diverso, anzi, s’incuriosisce riguardo alla magia. 

Il resto del mondo naturalmente non la pensa così, e la situazione si complicherà sempre più. Una metafora che rielabora in modo fantastico un tema sempre attuale. Il finale, con il suo chiaro riferimento a una celebre pellicola, lascia aperta una possibilità e fa sorridere. Menzione speciale al cattivissimo e spassoso ispettore della BWI, perfettamente nel ruolo. 

 

 

Warning

Warning, (Agata Alexander): eccola la perla del festival, bellissimo film che si può tranquillamente definire una serie di episodi di Black Mirror, alternati tra loro, e con l’aggiunta di uno humour ed un’originalità visiva inediti. Menzione speciale della giuria a Rupert Everett per il commovente ruolo di un androide vecchio modello che nessuno vuole più come domestico. Una bellissima scena finale chiude il film in maniera estremamente tragica, ma senza commuovere, portando lo spettatore ad ammirare l’indifferenza dell’universo con la stessa indifferenza con cui l’universo osserva la fine dell’umanità. Per noi il miglior film del festival.

 

 

 

 

Vampir

Vampir (Branko Tomovic): il protagonista/regista di questo film è talmente amabile e simpatico che vorresti tanto avesse fatto un film migliore. Vampir non è privo di pregi, le ambientazioni rurali della Serbia sono incredibilmente suggestive, gli interni e gli attori sono tutti in parte e il film risulta solido. Purtroppo non va da nessuna parte, aggiunge elementi di inquietudine, ma non coinvolge, non appassiona, intriga poco. Va lodato l’intento sperimentale e la ricerca folcloristico/storica, ma il risultato finale è un’opera troppo piatta ed ingenua.

 

 

GIORNO TRE: 

Strawberry Mansion (Kentucker Audley, Albert Birney): il film probabilmente più deludente, proprio perché il trailer faceva sperare molto molto bene: la premessa, carina di per sè, (un mondo dove il governo registra e tassa i sogni) si tramuta in un pretesto sfruttato male per collegare una serie di situazioni surreali suggestive ma deboli in tutto il resto. La dimensione infantile del sogno tradisce una scarsità di contenuto e scade in un petulante infantilismo. In quanto più che un sogno sembra di seguire il racconto sconnesso di un bambino di sei anni, dove i cattivi e i buoni sono ben identificabili, non ci sono significati ambigui, e neppure elaborazioni inconsce. Ma questa è la logica del reale, non del sogno. Lode all’intero reparto effetti visivi, sperando che possano trovare in futuro un progetto all’altezza del loro talento.

 

 

 

 

 

 

Let the wrong one in

Let The Wrong One In, (Conor McMahon): Commedia a tema vampiresco, il confronto con “What we do in the shadows” è inevitabile, ma questo film si presenta con una sua personalità ben definita ed è uno spasso dall’inizio alla fine. L’accento dublinese, l’esilarante Anthony Head (il professore di Buffy l’ammazzavampiri) che interpreta uno dei personaggi più divertenti in assoluto, assieme ai due fratelli protagonisti. Regia fluida, montaggio perfetto, idee simpatiche.

 

 

e poi esci dal cinema e parli con gente che si spertica di lodi per “Annette” e quando gli chiedono un parere su un film come questo rispondono imbarazzati “beh dai, divertente…certo non è Tarkovsky”.

Beh, “certo, non è Tarkovsky”, credo sia un commento che si possa fare per qualsiasi film che non sia di Tarkovsky. 

Ti è piaciuto il nuovo di Edgar Wright? beh dai, certo non è Tarkovsky. 

Come ti è sembrato Il nuovo film di Leonardo di Costanzo? beh dai, certo non è Tarkovsky. 

Che ne pensi di questo spezzatino di manzo? beh dai, certo non è Tarkovsky. 

 

Lungomare di Trieste, certo, non è Tarkovskj

 

Alla premiazione vince l’horror ecologico “Gaia” che abbiamo abbandonato per esigenze di recupero psicofisico dopo aver visto “Annette”, riceve altri premi “Lamb” di Valdimar Jóhannsson, da recuperare. Il premio del pubblico e uno dei due premi del concorso vanno all’eccellente “Warning”. Possiamo ritenerci soddisfatti. 

È ora di tornare, proprio quando la psiche e il fisico si sono adattati all’esposizione multipla di pellicole, la resistenza è allenata, e ne vorremmo ancora. Ma il festival proseguirà senza di noi. Gli ultimi due giorni propongono titoli interessanti, tra cui il film d’esordio di George Lucas “L’uomo che fuggì dal futuro” o la commedia “Alien On Stage”. Da recuperare assolutamente “Mad God” film d’animazione in stop motion di Phil Tippet, a cui ha cominciato a lavorare nel lontano 1987, e che ha rischiato di farlo impazzire.  

Nel complesso, un ottimo Festival, in una città, Trieste, il cui centro conta un numero impressionante di cinema d’essai, multisale, sale e salette. Da noi, a San Marino, di cinema ne è rimasto uno, spesso chiuso, spesso vuoto.

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