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#Venezia82 – Una domenica alla Mostra Vs #Matadòr, il capolavoro di Pedro Almodóvar

di il 06/09/2025
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La mia amica® lo sa e me lo ripete ogni anno:

La domenica si sta a casa, non si va al Lido!

Io, invece, più smemorato che testardo, lascio suonare la sveglia e, con calma, nel giro di qualche ora, mi ritrovo all’imbarcadero del 6 di Piazzale Roma, dietro una coda raccapricciante di turisti, accreditati e gente molto arrabbiata.

Il COVID ha fatto anche cose buone

Resto immobile, coltivo pazienza sotto il sole, con la schiena gocciolante e le ascelle bagnate, per la gioia dei miei prossimi vicini di posto in sala. Aspetto la partenza di ben tre vaporetti prima che la massa umana si assottigli e mi permetta di prenderne uno. Direzione Lido di Venezia!

Sfreccio tra onde e schizzi d’acqua inquinata, circondato dai campanili che si specchiano sul Canal Grande. Resto sempre immobile, premuto tra la balaustra di ferro e la folla. Ho le labbra di chi mi circonda pericolosamente adiacenti alle mie, ne scruto le screpolature senili. Potrei contarli quei lunghi peli induriti sul naso. Abbasso gli occhi per evitare almeno l’imbarazzante incrocio di sguardi a distanza ravvicinata, ma è in quel preciso momento che rimpiango l’epoca COVID: per due anni si erano messi a pulire e disinfettare per bene i battelli del trasporto pubblico locale, mentre ora, forti dell’emergenza sanitaria ormai lontana, son tornati alla vecchia regola che voleva che l’unto e lo sporco accumulato durante un giorno si pulisse con le mani e i vestiti profumati di fresco degli sfortunati avventori di quello successivo.
Poco male, il Lido è un’isola: o ci arrivi in barca o te ne stai a casa (come giustamente suggeriva la mia amica®). Mai preoccuparsi di un problema che non si può risolvere.

Insomma, la calca, lo sporco, il bambino obeso seduto li a fianco che puzza di fritto, sua madre in piedi davanti a lui che continua a ingozzarlo, le urla e le litigate furibonde ad ogni fermata tra tizi in piena crisi di nervi che sgomitano per entrare nel vaporetto già strapieno e altri che provano con invidiabile nonchalance a tagliare la fila, insomma:

buona domenica a tutti!

Fiero di essere comunque arrivato a destinazione vivo e in tempo per la proiezione, mi fiondo in sala ben consapevole che ci penserà il classico restaurato Matadòr di Pedro Almodóvar a cospargere di balsamo lenitivo ogni mio interstizio violentato dal viaggio. Le luci però non accennano a spegnersi, tutti gli occhi sono puntati al viso di una splendida signora dai capelli d’oro, sulla settantina. Da li a poco avremmo scoperto tutto, ma proprio tutto-tutto, di lei che, da ragazza, aveva interpretato la protagonista di questo cult. E’ molto sicura di sé ma al tempo stesso ha uno sguardo disteso e gentile: il risultato migliore che si possa sperare dopo una vita soddisfacente e senza rimpianti. Almeno, dava quell’idea.

Il monologo, in un italiano di tutto rispetto, è illuminante:

Matadòr segna un punto di svolta: per la prima volta nella storia il passato è diventato più progressista del futuro

L’attrice tiene poi a precisare che quelli nel film sono i suoi veri capezzoli, non protesi di plastica. Specificando però che nella scena di sesso non c’è stata penetrazione, come invece alludeva la stampa dell’epoca, fraintendendo la sua interpretazione molto convincente:

Sono attrice, non attrice di porno

Nemmeno sessanta secondi e tutto il pubblico era venerante ai suoi piedi ❤️

Inizia il film
Erano anni che aspettavo questo momento: essendo un popolarissimo classico restaurato, mi trovo oggi tra i polpastrelli la ghiotta e rarissima opportunità di poter parlare della trama senza la paura degli spoiler e senza sentirmi un perfetto idiota. Perché scrivere di un film parlando della trama è totalmente da idioti, chiaro?

La trama
Ci sono i protagonisti che trovano l’estasi solo nella morte, c’è la violenza sessuale girata con leggerezza come fatto normale e addirittura abituale nella vita delle donne e c’è l’ipocrita fragilità maschile incarnata da un giovanissimo, bellissimo e verginissimo Antonio Banderas che, per vendicarsi di una velata allusione ad una sua presunta omosessualità nascosta, violenta malamente la ragazza del suo accusatore, tremando e svenendo dalla paura. La mia scena preferita arriva al culmine quando lo stupratore, nel suo personale percorso di espiazione fai da te, va a costituirsi spostando il registro tra la farsa

Certe donne hanno tutte le fortune

e il grottesco:

non mi ha violentata, ci ha solo provato, mi è venuto tra le cosce

Lui rimane li, sconvolto e umiliato per non essere riuscito a dimostrarsi uomo nè durante la violenza, nè nel costituirsi.

Potrei raccontare ogni tocco geniale, folle, divertente e provocatorio del film, ma tanto vale vederlo, praticamente ogni singola scena è cult. Lascio piuttosto la parola alla divina:

È un film che sarebbe scandaloso se fosse realizzato oggi, ma per motivi completamente diversi rispetto a quelli di allora

È orribile pensare che Almodovar, nel tempo, si sia trasformato in quella fichetta-stilosa® che oramai conosciamo, un tempo lo insegnava coi fatti, senza abbassarsi a dirlo esplicitamente come fanno gli artisti senza il suo talento:

Si può dire tutto con bellezza, amore e senso dell’umorismo

Ad esempio si può certamente dire che la divina ha dei capezzoli davvero fuori dall’ordinario.

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