Mostra bagnata, mostra fortunata? Per togliermi il dubbio, nel pieno di un temporale, mi unisco ai temerari colleghi in coda alla sala Darsena che evidentemente hanno fatto gli scout da piccoli e come me si sono convinti che non esista un buono o cattivo tempo, soprattutto quello cattivo. Non che l’equipaggiamento dei più fosse meritevole di brevetto di giovane marmotta, nemmeno il mio: lo scroscio mi sorprende appena un passo fuori del gazebo della security e mi perseguita fino in sala, in stile ‘cucchiaio killer’:
Affronto il percorso con una certa foga, cercando al contempo di preservare il mio coccige dalla trappola mortale della pavimentazione esterna del Palazzo del Cinema, affidabile come una pista di pattinaggio cosparsa di slime, solo senza glitter.
Quando arrivo all’ingresso della sala, i pantaloni svasati sono ormai completamente inzuppati, appiccicati alle gambe come un paio di leggings in lattex, mentre le scarpe sono un prezioso scrigno di palude e calli. Punto allora tutto sull’effetto testuggine e mi riparo tra gli altri sfollati in coda, sperando che la sala venga presto aperta. Ovviamente ciò non avviene: fradici tentativi di protesta emergono dalla folla di accreditati che non si capacità di cotanta Schadenfreude da parte di quella benedetta porta, indifferente al loro umido destino.
Sento allora di dovermi distinguere da questa misantropia e quindi offro rifugio, sotto al mio ombrellino pieghevole da mezza persona, al giornalista francese accanto a me. Così, cercando di stare immobile per non cadere vittima delle grondaie create dagli ombrelli dei vicini astanti, con la vista appanata da occhiali ormai inservibili, mi perdo nel rinfrangere delle gocce di pioggia sul porfido lucido e mi sento parte dell’immanente fluire dello cose, come un autista nel traffico di Palermo, ma senza clacson. Una bestemmia spazientita interrompe l’oniroco allinamento dei miei chakra con l’universo. Guardo sconsolata il mio amico vicino che rilancia:
- Speriamo che ne valga la pena. A te piasce Guadagnino?
- In realtà non tanto.
- Neanche a me.
Mostra fortunata, cominciamo.
AFTER THE HUNT mi fa vivere sentimenti contrastanti -mixed feelings, direbbero quelli. Ambientato nella bolla iper progressista dei campus universitari dell’Ivy League, cerca come tutti i filosofi di stabilire quale sia la verità attraverso un procedimento socratico: lo scontro degli opposti. Da una parte, la ricercatrice nera ventenne e benestante, dall’altra una pletora di personaggi che loro malgrado devono averci a che fare, tra cui l’assistente maschio cisgender che ha fatto tre lavori ed ipotecato il rene per permettersi Yale ed il boomer sarcastico che si diverte a stuzzicare la generazione woke. Al centro, come l’ago di una bussola impazzita, la donna verso cui tutte queste pulsioni convergono fatica a trovare il proprio nord, sbandando un po’ verso l’un*, un po’ verso l’altr*, un po’ verso ‘loro’.
La parte più riuscita del film sono i dialoghi che testano i limiti sfumati delle varie contraddizioni: rivendicazione e privilegio, diritto e sopruso, ideologia e pragmatismo, integrità ed ipocrisia, futuro e passato. Purtroppo però i personaggi finiscono per diventare meri involucri dei propri teoremi, evolvono in modo forzato, e non ci si affeziona davvero a nessuno di loro.
Il fatto che nessuno si salvi non riesce però a nascondere la patina paternalistica verso le nuove generazioni che, anche da vecchia, continua ad irritarmi.
#occasione sprecata


