Se scrivessi su Donna Moderna sarebbe molto più semplice trovare l’attacco:
Storie di donna
Lo sparerei così, di getto, senza pensieri. Piatto, rotondo, accomodante, innocuo, accondiscendente, e più suona già sentito e più regala all’abbonata di lunga data e mezza età quel caldo abbraccio rassicurante che solo la banalità sa garantire con certezza.
Invece, mio malgrado, sempre in attesa della chiamata del Direttore della rivista di cui sopra, scrivo per la Cricchetta del cinemino, popolata e giudicata da nerd non sempre in perfetta forma fisica, a volte orgogliosamente appiccicosi o maleodoranti, dove si versano Lacrime e Sangue®, dove su ogni pezzo ci si gioca la reputazione, dove anche una sola banalità rimane appiccicata alla schiena come un bersaglio a vita e dove l’immarcescibile opera letteraria che si regala al Mondo deve sempre superare, sfruttandola come trampolino, l’opera cinematografica che cita sul titolo. Tutto questo solo per non parlar d’Amore: fa troppa paura e, a cinquant’anni, il ruolo dell’Uomo Sfregiato® potrebbe pure suonare grottesco.
Così, ci riprovo:
Prova te ad essere omosessuale o, peggio, Donna, nella Moderna Macedonia del Nord
- Ma che dici? E’ un paese democratico, c’è libertà di pensiero, di parola, d’azione. C’è la legge e ci sono pure individui in costume pagati per farla rispettare. C’è tutto quel che serve insomma.
- Guarda caro, se c’è qualcosa allora è l’ignoranza: la tetta della più terribile delle balie, capace di far crescere solo discriminazione, arroganza e divisione in caste.
Un botta e risposta puerile che può forse far diventare amaro il caffè alla fine di una cena tra eterosessuali e alimentare lo strazio degli alti ideali a pancia piena nelle metropoli occidentali. C’è però una domanda che può porre fine all’ipocrisia:
è tutto bello nella teoria, ma cosa faresti se l’ingiustizia colpisse direttamente te o la tua famiglia? Avresti paura? Abbasseresti la testa come fecero praticamente tutti gli alti accademici in Italia durante il fascismo o sfoggeresti il sorriso beffardo di chi, sapendosi all’angolo, stringe i pugni e li scaglia ancora più forte? La regista, nella finzione cinematografica, quindi all’interno di un contesto che più borghese è impossibile, risponde in maniera piuttosto intelligente:
Sono interessata all’integrazione del comunismo nelle democrazie moderne
In Dio è donna e si chiama Petrunya e L’appuntamento, i suoi due lungometraggi più famosi, c’è poco da recriminarle, se non una certa ingenuità con cui pretendono di elevarsi a moralizzatori. La grammatica cinematografica vorrebbe che il meccanismo alla base dei film non debba mai intravedersi: tutti i creativi hanno un obiettivo in mente quando si aprono al pubblico, ma è il modo in cui ci arrivano a tararne la caratura. Teona Strugar Mitevska si punta come una testa d’ariete e fa di tutto per sensibilizzare e rendere cosciente lo spettatore del Sistema Patriarcale® che domina la società (in quella regione). 
E’ vero che l’Arte può e deve essere usata per lottare, ne sia ad esempio la recente assegnazione del Leone d’Oro ad un filmetto come All the Beauty and the Bloodshed, ma vive soprattutto di ingredienti come metafore, idee, immagini, luci e musica. Vive cioè di linguaggio cinematografico. Difficile invece essere più espliciti di Petrunya quando si rivolge al prete:
E’ una dominazione maschile che si nasconde dietro la tradizione
Ribadirlo è certamente importante e in Macedonia evidentemente lo è ancora di più, ma non suonerebbe meglio invece suggerire velatamente che l’invenzione della religione, nata come prima rudimentale regolamentazione igienico-sociale di massa, si sia trasformata in epoca moderna, cioè da millenni a questa parte, nella leva privilegiata utilizzata dai maschi guerrafondai per giustificare la loro fame di potere? Ok, è solo un enorme giro di parole che torna a sè stesso, ma il cinema, senza i suoi fronzoli, sarebbe ancora vivo?
Insomma, nel 2022, fino a tre anni fa, c’era ancora molto margine per sgrezzare questa pepita appena raccolta dal fiume. E adesso? Nel 2025, arriva Mother, film d’apertura del concorso Orizzonti alla 82ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica. La regista avrà capito che l’arte è uno strumento per arrivare a un obiettivo senza essere costretti ad andare per forza dritto per dritto, e che permette in questo modo di essere ancora più incisivo?
Sei un uomo, puoi fare tutto, Io invece sono rinchiusa qui dentro, in questa prigione, in attesa che il mondo cambi, sono una donna in un sistema gestito da uomini
Ho sentito spesso le autorità della chiesa predicare contro l’aborto ma mi è sempre sembrato che non parlassero contro l’aborto in sé, ma contro le donne
Mi sa di no, e un po’ rincuora il mio spirito abitudinario.
La messa in scena degli ultimi sette giorni di Madre Teresa di Calcutta all’interno del convento perde tutta la dirompente leggerezza di Petrunya. Per la maggior parte del tempo è loffio, blando, pesante e borioso. Ben diretto, ben recitato ma, alla fine, poco interessante, cinema vecchio. Sembra che la regista perda smalto film dopo film. Prova furbescamente a salvarsi con la scena dell’aborto blasfemo, davvero molto forte, e del ballo psichedelico in convento, ma sono schegge estemporanee: più che espressione artistica appaiono mestiere. Non si salva un film in tre minuti. Alla fine rimane forse solo la presunta omosessualità repressa della protagonista, nascosta da livore, pignoleria e devozione. Un concetto che farebbe rizzare gli ultimi peli in testa alle zie e che salva il film dal vuoto pneumatico.
Se l’intento educativo della regista è così elementare e trasparente, non meno spudorato di quello che si può trovare nei classici film di regime, perché promuoverlo scrivendone? C’è stato un tempo in cui non avrei accettato che un’opera d’arte cinematografica si schiacciasse unicamente sul messaggio, ma il tema oggi è talmente attuale che è difficile da trascurare.
Quella di Teona Strugar Mitevska è in definitiva una filmografia piena di debolezze, sorrette da un’unica grande forza, che si affievolisce film dopo film. Cosa resterà alla fine?
In ogni caso, c’è una cosa che mi preme più di ogni altra, tutte le storie rappresentate in questi film raccontano un dramma minore rispetto a quello, meno urlato ma ben più doloroso e sordo, dei capelli tinti di biondo sul lavandino, stopposi come la paglia, delle cinquantenni est europee che vengono inquadrate.


