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#IFFR2020 – ANGYLOVE E I TULIPANI, International Film Festival di Rotterdam 2020.

di il 26/01/2020
 

Rotterdam mi accoglie con una nebbia fitta, neppure fossimo in qualche cittadina padana. Il freddo pungente entra nelle ossa.
Come sempre, gli olandesi sono organizzatissimi: l’accredito stampa può essere scaricato direttamente in digitale sul telefono e si possono prenotare le visioni direttamente sulla app del festival

Il primo film visto è LA GOMERA di Corneliu Porumboiu, elegante e complicatissimo thriller multilingue, ambientato tra le Canarie e Bucarest. Nell’isola di Gomera viene insegnato un linguaggio basato sul fischio, di cui ha assolutamente bisogno un ispettore della polizia rumena per riuscire a risolvere un complicato groviglio di ricatti, droga, doppi giochi e, ovviamente, ruberie. Dimenticate le Canarie dell’immaginario turistico: La Gomera è rappresentata come un rifugio per criminali. Il regista inserisce continuamente personaggi nuovi nella vicenda, rendendola via via più difficile da seguire, con la malinconia di chi non crede più non solo nella giustizia, ma nel genere umano in toto, mischiata ad una ironia di chi comunque questa situazione l’ha accettata. Il finale non è all’altezza di tutta la carne al fuoco messa in precedenza. Degna di nota solo la colonna sonora.

La borsetta 2020

Ovviamente appena uscito dalla sala ho provato a fare il fischio come facevano i protagonisti del film. Zero. Corro dall’altra parte della città per vedere un film che definire strano è alquanto riduttivo SHELL AND JOINT di Isamu Hirabayashi. Ritratto surreale dell’influenza di insetti e crostacei nella vite dell’uomo, costruito con una fotografia nitida e patinata per una trame del tutto folle. Telecamera fissa per inquadrare vari siparietti (in questa scelta stilistica ricorda moltissimo Roy Andersson): la reception di un capsule hotel, una sauna, la cena in un ristorante tra sorelle e sempre gli insetti come comune denominatore, oppure crostacei o vermi. O gusci.
Molto sarcasmo sul ruolo del maschio nella società, qualche accenno all’erotismo, l’infelicità più pura presente in questa società. La patina di morte rende questo film papabile per diventare di culto. Non uscirà certamente nelle sale ma è stata per me una visione positiva: avrei evitato di renderlo così lungo (due ore e quaranta minuti cosparsi di sbadigli) però è senza dubbio un film nuovo che regge. Abbiamo bisogno di questi esperimenti. Alla fine ho applaudito.

Cast di Shell and Joint il folle film giapponese

Oggi ho visto anche THE HALT di Lev Diaz. Una mezza delusione, con mio sommo dispiacere, da fan del regista.
Filippine, 2034, il sole ha smesso di sorgere a causa di una eruzione vulcanica, un dittatore non proprio in sé con le capacità mentali, il suo declino, la descrizione della corte e una cattiveria fuori del comune.
La mia domanda è: perché Lev Diaz ha sempre bisogno di così tanto tempo (il film dura quattro ore e mezzo)? Oltre che essere la sua cifra stilistica, il film ci guadagna ad essere così lungo, talvolta estenuante? Meravigliosa come sempre la fotografia, la luce. Un po’ deboluccia la trama, siamo lontani da The woman who left.

La stupenda cinese che si fa selfie invece di guardare il film

BACURAU di Juliano Dornelles e Kleber Mendoca Filho.
Film esplosivo, davvero impossibile da classificare, ha influenze abbastanza chiare di Sergio Leone e Terry Gilliam, ma anche un’originalità tutta brasiliana e con rimandi al soprannaturale, tipico della cultura sudamericana.
Un paesino alla fine del mondo, in un futuro abbastanza prossimo, in cui tutti si conoscono e ognuno sa le peculiarità dei proprio concittadini, un paese in lutto per la morte della sua più anziana e carismatica abitante, cade sotto l’attacco di un gruppo di fanatici delle armi tradizionali. Ne nasce una guerra/duello, degna dei migliori western. Una favola talvolta crudele e maligna, talvolta leggera e colorata, molto lisergica.
Un manifesto spudorato contro Bolsonaro. Sonia Braga e Udo Kier sono eccezionali. Film assolutamente da non perdere.

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