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Una lettera al direttore, Easy – un viaggio facile facile di Andrea Magnani

di il 12/12/2017
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IL MIO VOTO


AFORISMA
 

Perdonali perché non sanno quello che guardano

 

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa: sì, mi sono seduta nella sala di un cinemino per vedere un film italiano. Ora, so che per qualcuno di voi spietati giudicatori di opere e misfatti altrui il minimo che possa fare per redimermi da questo atto impuro sarebbe indossare il cilicio per due mesi, sia prima che dopo i pasti senza soluzioni di continuità, oppure farmi amica la prima tizia che vedo indossare i leggins, anche nella versione jeggins o peggio ancora finta pelle, come se fossero comuni pantaloni, ma la verità è che non mi sento così poi tanto in colpa. E si sa: se non c’è il vero pentimento non si arriva comunque al perdono.

Ad ogni modo un po’ di coscienza critica ce l’ho anch’io, comune guardatrice di film (nome scientifico: spectactrix vulgaris), ed anche se so già di non meritare l’assoluzione, cercherò almeno un po’ di comprensione dai cinefili più umani, quelli dell’ “in fondo può capitare a tutti”. E quello che è capitato a me è che qualche mese fa, in attesa della proiezione di un altro film del quale non vi dirò nulla perché cagaalto petulanti come siete c’avreste sicuramente qualcos’altro da ridire, ho riso di gusto. Proprio di quelle risate che ti ricordano di avere ancora degli addominali, nonostante il boicottaggio estivo di ogni attività motoria, quelle risate che gli altri riconoscono subito (tu no, te ne accorgi solo dopo aver incrociato la tua immagine riflessa) perché hai il nero dell’eye-liner spalmato fino alla cavità auricolare, e vagli a spiegare che volevi solo asciugarti le lacrime prodotte dalla scomposta manifestazione di allegrezza.

E’ vero, lo stato emotivo che mi portavo addosso in quel periodo era equilibrato e costante quanto il tempo scandito dalla stanghetta di un metronomo impazzito, il che mi portava ad essere o eccessivamente felice (leggi: risata isterica) o altrettanto triste (leggi: pianto isterico), ma a bene vedere c’era qualcos’altro sotto lo scoppio di ilarità scaturito dalla breve sequenza di immagini animate. Perché tale sequenza era composta di:

  1. un grassone catatonico ma tenero come il suo adipe-ovunque-localizzato con dubbie possibilità di riscatto, insomma il tipico orsacchiotto che tutte vorremmo tenere a fianco dell’attaccapanni di casa come dispensatore di abbracci all’occorrenza;
  2. un viaggio verso Est con scarsissime probabilità di successo, che tanto mi ricordava il viaggio dell’estate precedente che ha reso la mia auto (per l’occasione battezzata Guernica, perché è una Picasso, ma anche in vista della preventivata disfatta) l’idolo n°1 della mia raffazzonata comitiva di amici, soprattutto per averci portato vivi fino in Albania and back;
  3. canzonette ITALIANE (paura eh?) da mugolare esclusivamente in preda ad un attacco di dissenteria in una stazione di polizia ucraina, moleste quasi quanto la playlist ITALIANISSIMA (paurissima eh?) appositamente creata da un amico cui sopra per le circostanze più difficili del nostro lungo viaggio (aka: on the road) e che mi ha fatto scoprire capolavori quali (only the brave!):

Insomma, per questi e per alti meno interessanti motivi, sono stata molta contenta di ritrovare questa commedia in programma in una rassegna invernale. Far sorridere o ancora meglio far ridere o, da veri maestri, saper ridere di se stessi, sono doti di riconosciute potenzialità rivoluzionarie, sempre ben accolte dalla mia indole sovversiva (ai fini della pace nel mondo, s’intende.)

E’ stato quindi con un po’ di smarrimento che, invece di soffocarmi dal riso con la pellicina dei pop-corn, mi sono ritrovata passeggera di un’autobara ad incedere con mesto torpore verso il confine ucraino. Easy, campione di velocità declassato ad eterno numero 2, fa sfoggio di tutta la sua disarmante umanità e malinconica determinazione attraverso un susseguirsi di situazioni e personaggi improbabili, affrontate con una caparbia astemia altrettanto improbabile. Esauritasi in pochi secondi la carica d’esilaranza delle varie scenette, ciò che resta solida è la genuinità dei dialoghi e dei rapporti umani che si instaurano tra gli improvvisati compagni di viaggio del nostro campione, siano questi cadaveri o blateranti vecchiette che gli preparano una vasca d’acqua bollente in cui far evaporare ogni sconcerto.

Pur nella totale incomunicabilità e freddezza penetrante, date dallo scivolare della morte lungo un paesaggio sempre più angusto (e qui sento che dovrei dire qualcosa sulla fotografia, sul campo lungo o qualcos’altro che suona bene, ma resto al mio posto), l’inebetito Easy riesce ad ammorbidire anche la rigidità sovietica della desolazione ucraina.

Sarò pure una spettatrice peccaminosa, ma un abbraccio a questo Buddha sbarbato non glielo nego.

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