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The Neon Demon di Nicolas Winding Refn

di il 09/05/2017
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IL MIO VOTO


 

Vorrei tanto chiamarlo “il piccolo manuale su come sputtanarsi una carriera”, ma il film dura quasi due ore. Di piccolo c’è ben poco. Mi limiterò quindi a definirlo come quel buco nell’acqua colossale che è.

Parto dall’inizio. La fortuna di Nicolas Winding Refn nasce con un film sulle automobili veloci, quel “Drive” reso immortale grazie al premio vinto come miglior regia al festival di Cannes. Ricordo che, all’epoca, non mi colpì per niente ma, trasportato dagli entusiasmi dei più e impigrito dalla vecchiaia, finii anch’io col lodarlo. Un po’ come quando alle elementari dicevo di essere Juventino, solo perché mi pareva che la maggior parte dei compagni di scuola tifasse per quella squadra: ancora non avevo prova certa di quanto il calcio fosse uno strumento per manipolare le masse (tipo il carnevale in Brasile) e che i tifosi fossero quindi una categoria da compatire.
I più attenti, ancora prima di Drive, avevano già avuto modo di amare il suo precedente interessantissimo Valhalla Rising: un film difficile da sconsigliare quanto da digerire. Fu dopo questo punto angolare che, però, il regista decise di trasformarsi in quel damerino dell’inquadratura che è oggi. E’, infatti, ora, uno di quegli esteti bruciati che badano solo alle luci fluorescenti, i vestiti alla moda, le immagini plasticose e le inquadrature distorte fiche ad effetto. Forse il suo sogno da bambino era quello di diventare un divo Yuppie di videoclip per Mtv. Chissà. Io ad esempio sognavo di diventare una peripatetica angolana piena di epatite fino al midollo con residenza a Marghera. Ma la carnagione bianco latte non me l’ha permesso. La gente normale nasconde sogni incomprensibili dentro cassetti anonimi. Si sa.

Ma andiamo oltre. Dopo il grande successo internazionale, gonfio, pienamente realizzato e nel suo più florido periodo da frocetto ricco, famoso, osannato e ammirato, sforna quello che si può definire come il suo trampolino sul bordo del burrone: Only God Forgives, il fratello gemello venuto bene del film qui in oggetto di recensione. Anche questo da vedere.

Ora, arrivati ai giorni nostri, diamoci del tu. Fin qui la faccia te l’eri salvata, eh, vero Nicolas? Ma, caro mio, per quanto credevi di poter correre a 180 all’ora sul ciglio della strada prima di perdere aderenza e volare nel precipizio? Non so se sei stato troppo furbo o troppo stupido ma mi piace pensare che tu abbia scelto volontariamente di buttarti nel vuoto prima dell’inevitabile fuoristrada. E l’hai fatto con questa pochezza fatta film: The neon demon. Giustamente spernacchiato al festival di Cannes.
Psichedelia moderna, elettronica e vuota. Un film che trasforma le immagini in suoni sostenuto solamente da un’estetica patinata da cui alla fine non tiri fuori un bel niente, se non scaramucce da femmine tra femmine per femmine. Estetica di gran lusso, certo, una di quelle alle cui spalle ti saresti potuto nascondere se avessi usato bene il non-detto. Invece fai parlare i personaggi, provi a raccontare una storia e lo fai con una dialettica elementare che esplicita una narrativa vergognosa. C’hai pure infilato la scena in cui per far innamorare due protagonisti li fai parlare della loro infanzia. Por amor de Deus! Si vede che il colorito sulle guance degli attori è dovuto all’imbarazzo di recitare certe porcherie.
Il prodotto è modaiolo e stupido: due parole che vanno a braccetto. Sembra una gita a Bassano del grappa il venerdì sera, con tutte quelle quarantenni dal culo stretto, imbellettate per coprire i denti storti, le rughe e le pedule dei genitori, dal mento altezzoso per fingere che sia bella una vita da Rè in un mondo piccolo. Tutto questo, messo su pellicola, può piacere solo agli amanti delle soap opera e dei videoclip. Come dice il vecchio detto: una merda in carta da regalo è pur sempre una merda.
Il film è un susseguirsi alternato di:

  • scene risibili, idiote e infantili (brutte)
  • stacchetti estetici elaborati, inutili e coloratissimi (belli)

Un po’ come nella TV commerciale – in cui la diva di mezz’età, di tanto in tanto, viene interrotta da spot su detergenti viscidi che risolvono fastidiosi problemi intimi – anche in questo film gli intervalli di pubblicità estetica sono la parte migliore, perché i personaggi – esattamente come quelli delle trasmissioni televisive – sono purtroppo un mucchio di scimmie preconfezionate senz’anima. E allora, amico mio, adesso che hai investigato sulle trent’enni che si sentono vent’enni e poi bisticciano, nel prossimo film che farai? Vorrai scoprire se una che va verso i 40 dopo aver partorito ha ancora il culo sodo? Te lo dico io: no.

Ricapitolando, può un film elementare intervallato da stacchetti pruriginosi, hipster e fichetti essere anche solo preso in considerazione da un festival internazionale? Ahinoi si, sembra che i bei tempi in cui a Cannes vinceva la devastante forza politica sull’inchiesta del Caso Mattei siano finiti. Cannes, il festival nato come ribellione al fascismo, in contrapposizione al sudditismo della Mostra del cinema di Venezia di quegli anni.
Cannes.
Cazzo.

PS Tanaka già sapeva tutto mesi fa, non perdete il suo orecchio lungo!

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