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#Room di Lenny Abrahamson

di il 29/02/2016
MI PIACE

la sincerità della reazione di William H. Macy (nonno di Jack)

NON MI PIACE

l'intervista esclusiva come registro riassuntivo, già visto in Gone Girl (l'Amore Bugiardo)

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IL MIO VOTO


 

Buongiorno lampada, buongiorno pianta, buongiorno armadio, buongiorno lavandino”. La disarmante innocenza di Jack – accompagnata dalla sua voce fuori campo – nel giorno del suo quinto compleanno ricrea un momento austero, e tuttavia talmente pieno di forza che ci porta inesorabilmente a creare un nesso con Jack, a volergli bene quasi da subito. Jack non conosce altro, ma sua “Ma”, Joy, conosce il mondo.

Questa immediata capacità di catturare lo spettatore è il merito del braccio saldo del regista Lenny Abrahamson, che ha saputo rispettare la voce interpretativa di Jack, così come ci viene presentata nel romanzo di Emma DonoghueStanza, Letto, Armadio, Specchio” (Mondadori). Oltre al piccolo, adorabile Jack e a Ma c’è anche Old Nick, colui che, come fossimo nella cronaca nera austriaca del 2008 (Natascha Kampusch, Caso Fritzl), ha rapito Joy sette anni prima e ha così quasi involontariamente creato l’universo di Jack. Lenny Abrahamson, insieme all’immensa e fenomenale Brie Larson, e a quelle dolci fattezze quasi androgine del piccolo Jacob Tremblay, ci fanno spazio dentro un mondo di sette metri quadri.

Non sappiamo se Ma (Joy), nei sette anni, abbia avuto tempo o possibilità di esplorare tutte le sfumature dell’infelicità. Non è il punto focale. Una cosa è certa: nel momento in cui diventa madre, non ci sarà altro pensiero o priorità che occuparsi del benessere di Jack, e di tutelarlo da qualsiasi contatto con Old Nick (peraltro uno degli appellativi con il quale il Cristianesimo ha ribattezzato il diavolo nel corso dei secoli). Ma non conosce fragilità. Ma ha un dente completamente avariato, però dice stoicamente a Jack: “se non ci pensi, non ha importanza” (un mantra che lenisce il dolore fisico, non le cicatrici accumulate dopo sette anni di abusi verbali e fisici).

Emma Donoghue ci presenta nel romanzo una figura femminile che rasenta l’anoressia. Brie Larson ha saputo cogliere l’intensa e sconfinata fermezza di Joy/Ma: per calarsi nel ruolo ha indossato vestiti sporchi e non si è lavata il viso per giorni. Quel viso che vediamo è il viso onesto dell’attrice, che non ha fatto ricorso a truccatori o espedienti che accentuassero la sua condizione. Brie Larson, ovvero Ma, deve controbilanciare tenerezza e autorevolezza davanti a Jack. E’ lei il suo unico riferimento affettivo. Eppure durante la proiezione mi sono chiesto: chi insegna a una donna a essere una madre, sia che ciò avvenga in un appartamento di un condominio a Londra, in una villa a Bel Air, a Granarolo dell’Emilia, in una favela brasiliana, o appunto, in una stanza piccola scarsa 7 metri quadri?

Nel momento in cui Ma sembra finalmente acquisire coscienza della loro realtà, e non può più negare la pretesa di una vita (in)verosimile ancora per molto, escogita un piano che porti almeno alla salvezza di Jack. Ma non può più negare ciò che sapeva da cinque anni: la curiosità del bambino non potrà più essere arginata e Jack dovrà scoprire il mondo. E’ il momento nel quale si spezza la resistenza psichica di Ma, dove si frantumano i pilastri della sua immutabile resilienza.

Quando Ma decide di liberare Jack, ci schiaccia il cuore (l’ho maledetta profondamente), eppure, poco dopo, il momento del loro ricongiungimento costituisce la scena apice del film, dove è quasi impossibile individuare un nervo del nostro sistema che non sia scosso dalla capacità del regista di dare un senso compiuto al termine libertà. E di aver liberato anche noi.

Una volta tornati nel mondo reale, non sappiamo se Ma si senta libera, o sia davvero, del tutto libera. Si ritrae, si ammala. I giornali affamati desiderano sapere di più. Ma deve fare i conti con questa sua assenza e ricomparsa. Concede un’intervista, ma le domande schiette la destabilizzano, e ne esce fuori una rabbia mite. Nella vita di Jack subentrano altri personaggi: ora lui ha una sua camera da letto, ha una nonna che sembrava lo stesse aspettano da sempre (superba Joan Allen, già una mia eroina sin da Pleasantville, ma è una constatazione quasi ridondante), e ogni singolo minuto della sua nuova vita sociale viene descritta con la stessa innocenza con la quale mesi e mesi prima dava il buongiorno al tavolo, alla sedia, allo specchio. Non sappiamo e non sapremo però se Jack potrà mai dire davvero addio a quegli oggetti e a quella stanza.

Room è un’ esperienza cinematografica che, oltre a essere poetica, è immancabile. Non si può scegliere di non vedere questo film.

Room (2015)
Room poster Rating: 8.3/10 (144,611 votes)
Director: Lenny Abrahamson
Writer: Emma Donoghue (screenplay), Emma Donoghue (based on the novel by)
Stars: Brie Larson, Jacob Tremblay, Sean Bridgers, Wendy Crewson
Runtime: 118 min
Rated: R
Genre: Drama
Released: 22 Jan 2016
Plot: A young boy is raised within the confines of a small shed.
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