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La notte del giudizio – Election Year di James DeMonaco

di il 19/08/2016
MI PIACE

L'auto con le lucine di Natale bianche
La notte del libero omicidio come attrazione turistica

NON MI PIACE

L'esplicita enfatizzazione del lato 'politico' della saga
I dialoghi che spiegano un momento prima quello che vedremo un momento dopo
Il 'già visto' della trama

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IL MIO VOTO


AFORISMA
 

Ci sono un branco di negri in arrivo e ci guardano come una buona vecchia casseruola di pollo fritto (Joe Dixon)

 

In agosto, si sa, le città cambiano padrone. I single arroganti e fatui, consumatori di mojito e spritz, lasciano il posto a più dimessi stranieri da picnic al parco con famiglia numerosa. L’umanità superstite toglie significato alla movida e quei pochi antieroi locali che non l’hanno mai frequentata cercano rifugio dalla canicola nell’aggressivo gelo delle multisala. E’ così che ti fai convincere a vedere il terzo capitolo di The Purge, conscio del fatto che il tre, per i sequel, è numero maledetto.

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La regola non si smentisce. L’ultimo capitolo del franchise a firma di James DeMonaco, ideatore, sceneggiatore e regista, è senz’altro il meno riuscito, anche se ci sono un paio di idee niente male.
Le dico subito così poi posso rilassarmi. La prima è che la notte dello ‘sfogo’ (così hanno tradotto ‘purge’) è diventata attrazione turistica per gli stranieri che vogliono venire ad ammazzare e farsi ammazzare. La seconda è puramente estetica: un’auto interamente rivestita di lucine bianche da albero di Natale con dentro delle borghesissime e antipaticissime ragazze negre (non se ne abbiano i feticisti del politicamente corretto, sto solo usando gli stessi termini usati nel film) che non fanno paura ma ci fanno godere quando la negra proletaria le ammazza.

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Ho usato l’ormai arcaico termine ‘proletario’ non a caso. La chiave dell’intera saga è chiaramente politica ma prima di scriverne vediamo la trama, nel caso a qualcuno interessi o proprio non sappia niente del soggetto.
Una volta all’anno e per solo per dodici ore, nei gloriosi Stati Uniti d’America, è ammesso commettere qualsiasi reato, omicidio compreso, senza che la Giustizia intervenga. Su questa idea, il regista ci campa da circa cinque anni mostrando cosa accade in tale notte. Nel primo film, vedevamo una famiglia filogovernativa subire gli effetti collaterali di questa distopica iniziativa, attraverso un attacco ad opera dei vicini. L’aspetto politico era quasi solo sfondo. Più che una denuncia sull’ingiustizia tra chi poteva permettersi le protezioni e chi no, era il lato cinicamente ‘umanistico’ a essere posto in rilievo: senza freni sociali e morali, l’homo homini lupus’ trionfa. Un disincanto vagamente punk.
Nel secondo capitolo era già più esplicita la suddivisione in classi: un’oligarchia, che sfrutta lo ‘sfogo’ per ridurre i costi sociali e divertirsi, e una classe proletaria (soprattutto di negri) pronta a ribellarsi armi alla mano contro l’ingiustizia. La storia privata di sopravvivenza, che è poi il vero motore della trilogia, restava comunque in primo piano, relegando a un ‘arrivano i nostri’ funzionale, l’episodio di guerriglia castrista nel finale.

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In quest’ultimo episodio, purtroppo, la ribellione contro l’ordine costituito è rientrata in ambito istituzionale con un partito e una candidata alla presidenza molto motivati ad abolire democraticamente la “notte del giudizio”. Scontata la reazione governativa che vuole approfittare della notte dell’impunità per sbarazzarsi degli avversari politici e scontata la caccia all’uomo con un’inetta squadra della morte contro l’eroe ammazza e salva tutti (Frank Grillo, già protagonista del film precedente). Il ‘già visto’ avvelena quelle poche scene allucinate che costituivano quasi tutto l’interesse della saga e a nulla vale l’atout della pseudo-religione, con la chiesa dei ricchi che uccide ritualmente i poveracci catturati da appositi cacciatori di uomini. La trovata, in puro stile b-movies anni ’70, anziché risollevare le sorti di una narrazione che arranca, distoglie definitivamente quel poco di interesse per l’ancor presente tema del ‘sopravvivere’ mandandolo in vacca.

Non resta che attendere la prossima estate, allora, per vedere l’inevitabile fallimento del ritorno al passato pre-sfogo, nel sequel numero quattro che s’intitolerà, ne sono certo, The purge: democracy.

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