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Hereditary – Le Radici del Male di Ari Aster

di il 28/08/2018
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MI PIACE

Gli effetti sonori
La regia sontuosa
Gli attori superbi
Il controllo della materia
Lo schiocco
Il coraggio di mostrare

NON MI PIACE

Si poteva asciugare ancora un po'

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IL MIO VOTO


AFORISMA
 

Annie: She's gone forever! And what a waste...

 

Andate a vederlo al cinema.

Ecco, potrei finire qui la recensione ma, non avendo molto da fare, ruberò ancora un paio di minuti alla preziosa pausa gabinetto del mio lettore.

Al cinema perché l’uso spaziale del suono è un ingrediente quasi fondamentale per una piena fruizione del film. Al cinema affinché i passaggi tra i diorami costruiti dalla Madre protagonista e i set reali possano essere notati e non ignorati dall’inevitabile distrazione casalinga. Al cinema per non avere scampo e essere assorbiti dalla melmosa e claustrofobica atmosfera scaturente dallo schermo gigante.

Ci sono una famiglia: il funerale della nonna morta neo-spiritualista, una Madre disturbata e sonnambula, un padre razionale e un po’ ottuso, un figlio maggiore maschio e insicuro, una figlia minore ‘strana’.

E c’è molto di più, citando la protagonista.

Il racconto cinematografico sciorina, in un demiurgico apparente caos, segni e parole, sogni e apparizioni, spettri, presagi e… altro.

Impossibile raccontare oltre senza rovinare la visione.

Il trentenne regista Ari Aster, qui alla sua opera prima, è senz’altro una stella in ascesa. Ha talento e personalità e, se non sono amici di famiglia, ha convinto due attori di calibro come Toni Collette e Gabriel Byrne a metterci spicci e impegno produttivo (ottima scelta perché il film, a oggi, ha già guadagnato otto volte il budget). Il suo controllo sul film è totale. Sa dirigere gli attori (cosa non scontata), sa cosa si può ottenere da una certa luce o da un’inquadratura, sa come sottrarre e come esporre. Soprattutto, che Dio lo benedica, non s’innamora del proprio girato e taglia, monta e ritaglia, fino a quando il racconto non trova un giusto equilibrio, la sua forma (pare che la prima versione durasse oltre tre ore).

Hereditary non è un film che parla d’altro. Il regista usa il dramma famigliare, il tema dell’elaborazione del lutto come elementi narrativi, al pari di certe apparizioni allucinatorie o azioni macabre. La chiusa, prettamente fantastica, dove si decifra ed esplicita quanto precede, non è, per una volta, la scusa frettolosa per giustificare un esercizio di stile. Ari Aster non sceglie nemmeno la comoda scappatoia del finale aperto, indefinito, quello che scontenta tutti ma non dispiace a nessuno. Lui mostra il soprannaturale e il gore con il rigore dell’appassionato, citando e attingendo ai topoi del genere ma senza l’insicurezza della strizzata d’occhi, della citazione ammiccante. Con lui l’horror esce dalla banale serialità incolore delle multisala ed entra di prepotenza nel mondo delle opere d’autore, quelle, per intenderci, che hanno fatto la fortuna del primo Polanski o dello stesso Kubrick che, forse come sfida ossimorica, ha sempre e solo fatto film ‘di genere’.

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