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#Venezia75 – Cronache e recensioni dalla Mostra Internazionale d’Arte cinematografica, parte 3

di il 04/09/2018
 

E’ il terzo giorno di Mostra del cinema, vanto una media di quattro proiezioni al dì e praticamente non so più chi sono. Credevo che essere un’esponente della categoria “faccio un lavoro d’ufficio”, i cui membri sono irreparabilmente marchiati da una progressiva cecità nascosta dietro a montature griffate, dalla spina dorsale a cavatappi e da una vampiresca insofferenza verso i raggi del sole, mi avrebbe aiutata ad uscire a testa alta da questa battaglia a colpi di accredito. Invece no: anche in sala indosso spessi occhiali da sole per paura che le numerose forze dell’ordine con unità cinofila e reparto di polizia scientifica al seguito si accorgano che mi sono già scoppiati tutti i capillari dell’iride: sarebbe davvero difficile davanti ad una prova così schiacciante difendersi dall’accusa di consumo di coca e/o ketamina. Questo senza contare il perenne stato infiammatorio di rotule ed osso sacro dovuto alle lunghe sedute.

Insomma, presenziare full time ad un festival del cinema non è roba da femminucce ed io, bevitrice di birra scura e aspirante culturista, mi vedo costretta ad ammettere che in fondo è proprio questo sono. Per lo meno, thanks goodness, sono una femminuccia resiliente e non mi lascio distrarre dagli acciacchi fisici. La concentrazione è tutta rivolta allo scopo della missione giornalistica: guardare i film ed esprimere un giudizio, preferibilmente personale, senza scopiazzare da Ciak o Sentieri Selvaggi. Per un’inesperta del cinema con me, senza tanti appigli alle ai precedenti del regista, senza un occhio per bloopers e controcampi, all’oscuro sulle tecniche di ripresa e montaggio (e se vi chiedete allora perché sto scrivendo di cinema, beh a volte me lo chiedo anch’io), il principale metro di giudizio sono proprio io, la femminuccia seduta davanti allo schermo che prega non le caschino gli occhi sul pavimento.

Cos’altro posso cercare in un film se non qualcosa che, una volta posati i glutei sui velluti lisi delle poltroncine, mi faccia dimenticare il bruciore agli occhi, l’insoddisfazione per la merendina consumata in fretta mentre difendevo la mia posizione in fila e tutti gli altri piccoli e grandi pensieri che mi accompagnano sempre, prendendo posto con me in sala? Ecco quindi i miei principali criteri di gradimento di un film: coinvolgimento emotivo, evasione, bellezza delle immagini, seguiti dall’impressione di aver imparato qualcosa di nuovo e, ultima ma non ultima dall’espressione “minchia che bicipiti”. Lo so, questo formula è allo stato ancora approssimativa, ma prometto che con il tempo arriverò a coniare il logaritmo del film perfetto, per poi a venderlo a quello che tra pochi lustri sarà l’unico produttore cinematografico, cioè Netflix, diventare milionaria e avere finalmente la mia cameretta con vista all’Excelsior. Proviamone quindi l’applicazione.

 

THE BALLAD OF BUSTER SCRUGGS di Ethan e Joel Cohen. Il mio giudizio in questo caso è stato distorto da due fattori: il primo, l’equazione grande nome = grande aspettativa, il secondo: non sapevo che non fosse un film. I primi cinque minuti di proiezione (mi fanno notare che in realtà sono molti di più, ma come ho detto nella parte 1, il tempo passa in fretta quando ci si diverte) mi mandano alle stelle: un musical esilarante di cowboys cantastorie, con trovate geniali che scongiurano situazioni di stallo. Ne godo tantissimo, ma mi insinua subito il dubbio tipico di chi sa che la felicità è una cosa passeggera: come farà a reggere fino alla fine? Infatti non regge, il sipario si chiude in gloria e via con un’altra storia, altri personaggi, altro tono. Insomma, l’opera dei famosi fratelli è un patchwork di racconti della buonanotte, che hanno come filo conduttore l’ambientazione western con le sue polverose e bellissime immagini, ma non è un film. La visione degli altri cinque episodi è segnata da questa punta di delusione, seppur rincuorata dalla prestanza fisica di James Franco e cullata dalla tenera malinconia di alcune storie. Per cui ve lo ripeto ancora una volta: non è un film. Consci di questo, niente potrà impedirvi di assaporare l’anima di ogni singola puntata.

THE OTHER SIDE OF THE WIND di Orson Welles e di quelli che l’hanno finito per lui. Più che un film, è stato un’esperienza: la prima mondiale del film incompiuto del grande regista, una volta compiuto. La sala palpita di amore per il genio eccentrico, la proiezione sembra quasi un rito spiritico di massa per riportarlo in vita. Ed è questo in effetti che la visione del film richiede: profonda dedizione. La femminuccia inesperta alza le mani: capisco che si vuole camuffare l’autobiografia, che c’è del metacinema, che c’è bellezza, ma se la sostanza è di palpabile intensità, la forma è veramente troppo complessa per me. In questo senso mi viene in soccorso il documentario THEY’LL LOVE ME WHRN I’M DEAD di Morgan Neville, bello, ventoso e scentrato tanto da potersi considerare quasi un prologo, mi insegna molto e vorrei averlo visto prima dell’opera ultima.

PETERLOO di Mike Leigh, una pagina di sussidiario, purtroppo macchiata da costante piattume. Non riesco a trovarci coinvolgimento emotivo, evasione o bicipiti. Ciononostante rimango in sala, un po’ perché sono in mezzo alla fila e un po’ perché un elemento del logaritmo in fieri lo trovo: può insegnarmi qualcosa. Ripasso le garanzie costituzionali dell’habeas corpus, boicotto la masochistica tentazione di ripensare alla vicenda di Cucchi, apprezzo la grande cura con cui sono stati ricostruiti gli accenti inglesi, quel modo buffo, quasi italiano, di pronunciare le vocali così come sono scritte e la determinazione di quegli “aye and nay”, antenati dei moderni “yes and no”. Me li vedo già, gli alunni delle medie seduti in aula davanti a questa precisa ricostruzione storica, annoiati sì, ma tutto sommato contenti perché, aye!, oggi la prof non interroga.

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