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#Venezia74 #Cagacazzi – La politica del Leone d’oro, Shape of Water di Guillermo Del Toro

di il 24/09/2017
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AFORISMA
 

Persona saccente, con la puzza sotto il naso, che si atteggia a nobil uomo, puntiglioso ma non sulle cose essenziali

 

Vista l’età, il mio Alzheimer non è poi così precoce. Ciononostante ricordo benissimo quando da ragazzo provai a rovesciare tre barattoli di tempera colorata su di un foglio A3 e poi non diventai famoso. La cosa mi rincuorò perché era coerente con la ferma certezza che gli occhi, nel rapporto tra creazione e fruizione artistica sono solo un utile strumento necessario. Il vissuto artistico infatti ha a che vedere col sentire e accende meccanismi interni che modificano la persona in un circolo virtuoso eterno. Insomma, non bastano gli organi di senso per sentire, e non bastano gli stimoli esterni per cambiare/migliorare. Questo nonostante esista ancora chi crede di essere colto perché compra il biglietto per l’opera o legge i romanzi. Ancora più in generale, la cultura non è nel curriculum ma nelle competenze che si guadagnano grazie alle informazioni. Ad esempio, è più colto chi di quel capitolo di storia ricorda la data precisa in cui è scoppiata la guerra o chi capisce che la guerra non inizia nè finisce, ma si sposta continuamente? Accumulare nozioni è un tipo di zavorra mentale molto popolare e colui che gode nell’accumulare è il più delle volte una mongolfiera che vola sempre bassa.
Fruire dell’arte significa accendere una miccia capace di generare una forza complessa e osservabile che da dentro si sprigiona all’esterno diventando una rielaborazione visibile e un utile strumento di vita: non è un pasto originale e passivo ficcato in gola con l’imbuto. Altrimenti staremo tutti ad appiccicare MEME riciclate sui social. Per questo è agghiacciante che un film come Shape of Water vinca una mostra d’arte. Se quest’anno al Lido è salito sul gradino più alto del podio un bellissimo film d’intrattenimento capace di evocare, al più, concetti infantili significa solo una cosa: un passo indietro. E, da quello che so, ad un passo indietro difficilmente ne segue uno avanti. È così che il futuro s’ingrigisce.

Su “Arte Vs Intrattenimento” mi ero già ampiamente espresso in occasione della vittoria del capolavoro di Lav Diaz, ma temo che la Presidentessa della giuria di quest’anno la pensi diversamente. Si badi bene, a me, come a tutti i cinefili della domenica, il film è piaciuto. Non sono d’accordo solo con l’assegnazione del premio. L’ultima fatica di Del Toro è una lama spuntata che si piega a contatto con la pelle ma ha comunque diverse qualità, prima fra tutte la fantasia che solo il cuore sincero di un bambino di otto anni nascosto in quel cinquantenne canuto di 130 kg può regalare senza sembrare ridicolo. Con questo presupposto sarebbe stato accettabile un premio alla regia (uso dei colori, scenografie, inquadrature), visto che quello alla sincerità non è ancora stato inventato, ma non il Leone d’oro come miglior opera d’arte presente in quei bellissimi 10 giorni di inizio settembre: c’erano Foxtrot e First Reformed li a sgomitare. Non dico che l’uso della narrativa semplice, esplicita e lineare come quella di Shape of water pregiudichi per forza la forma artistica di un film, ma di certo rallenta la strada che porta alle sinapsi più virtuose. C’è una nota stonata che riecheggia vagamente all’orecchio di chi, fuori dal mondo della settima arte, sente dire che a Venezia ha vinto Guillermo Del Toro: “Ma la Mostra non è conosciuta per un altro tipo di cinema?“. Alla fine è tutto qui, anche se quel termine “altro” è davvero difficile da definire: la Mostra è (o era) l’ultimo irreprensibile baluardo mondiale che non ha (o aveva) ceduto alle avances del commercio, è (o era) una manifestazione che regala (o regalava) ogni anno opere d’arte importantissime che altrimenti non avrebbero alcuna visibilità, la Mostra sa (o sapeva) che l’arte è fine a sè stessa, sa (o sapeva) che le grandi opere artistiche rappresentano il bello oggettivo, ovvero quella meraviglia assoluta che esiste al di là di ogni possibile giudizio. Di luoghi in cui vengono venduti blockbuster nati a tavolino per assecondare il gusto della grande massa ce ne sono anche troppi.
Del Toro crea pensando al pubblico, la sua opera non è l’esplosione di un irrefrenabile sfogo personale, ma al tempo stesso ha una coerenza originale e genuina che disarma. E’ questo il talento che ha voluto premiare la più antica e rigorosa esposizione d’arte cinematografica mai esistita?

Invece di star qui a fare il cagacazzi, perchè non parli del film?

Perchè la trama è elementare e si può riassumere in tre righe: un’handicappata s’innamora di un mostro marino antropomorfo dai super-poteri, lo salva dal laboratorio segreto in cui lo tengono prigioniero, scappano assieme e vivono felici e contenti. La storia ogni tanto viene arricchita da battute comiche e siparietti che variano dal genere trash disturbante al musical romantico. Questi folli e bellissimi inframmezzi immagino abbiano reso accettabile ai più il premio vinto. Rappresentano però anche un limite perché appiccicare su questa storia d’amore standard immagini di: masturbazione, automutilazione, nudo frontale, caste effusioni romantiche prematrimoniali, cancrena, sesso interrazziale, ammazzi e sanguinamenti eccitanti su mogli morigerate, lo rendono indigesto a quei nonni/nipotini/fichette figli del Vaticano che sono normalmente il target ideale per queste storie. E’ forse questo contrasto ad avergli fatto meritare il premio tanto ambito? O forse è il messaggio pre-masticato e ritrito dell’amore per il “diverso”, critica da fiera del rutto verso un mondo cattivo che non accetta chi non è omologato? A questo punto tanto valeva premiarlo direttamente per il fatto che Del Toro fa rima con Leone d’oro, no?

“Ancora cagacazzi, cagacazzi, cagacazzi! E allora quando ha vinto quella merda di Sacro Gra? E quando nella scorsa edizione hanno mandato a casa La La Land, il film più popolare dell’anno, senza nemmeno un premio minore?”

Capita ogni tanto che alla Mostra del cinema alzino le spallucce sorridendo e facciano vincere un filmetto per far contenti vari schieramenti, esausti dalle solite critiche sull’essere una manifestazione troppo elitaria (come se fosse un’offesa), alle volte fanno addirittura vincere un film italiano, dopotutto lo Stato è il suo maggior finanziatore. Certo, è vero che il cinema nostrano perde perché è di gran lunga il peggior cinema europeo, ma un premio di tanto in tanto assicura maggiori introiti e visibilità internazionale. Allora ok, facciamo vincere quell’aborto fintissimo di Sacro Gra e facciamo vincere Hollywood quest’anno visto che l’anno scorso La La Land era stato giustamente spernacchiato. Almeno il direttivo non dovrà sorbirsi le solite critiche di sempre. Avrà in compenso le mie. Ma poi, che significa cagacazzi?***  Pacific Rim è uno dei miei 10 film preferiti di sempre. Amo il bambino Del Toro tanto che se fossi un prete lo inviterei subito in privato, dietro la sacrestia, dopo la messa, ma l’ultimo che avrei pensato vincesse una mostra d’arte è lui, perché fa un altro mestiere.

La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! (Il popolo prorompe in altissime acclamazioni)

Il popolo è felice e i quotidiani non hanno montato la polemica: ha vinto un film d’intrattenimento misto fantascienza girato benissimo. Va tutto bene, non importa che fra un anno lo si troverà nell’ultimo scatolone dello scantinato del cinema, l’importante è che oggi diverta, che faccia dimenticare che tua moglie sogna altri quando chiude gli occhi, che al lavoro ci vai per abitudine a cervello spento e che tutto sommato lo stipendio a fine mese è la scusa necessaria per non fermarti e suicidarti di solitudine domani. Va tutto bene.
Se, come penso, il Cancro® della Mostra del cinema degli ultimi anni è il cercare in tutti i modi di fare all’amore con la cinematografia farfallona che creano ad Hollywood, bandiera politica del dopo Muller, allora bisogna riconoscerlo dal suo germe, non da questa vittoria che ne è solo la manifestazione massima. Se si accetta che possano essere accolti in concorso film come Shape of water allora bisogna anche accettare che possano vincere e sperare in un’improbabile rivoluzione popolare per un ritorno alla purezza. In attesa di tutto ciò, l’esercito non certo silenzioso degli affranti, che piange ogni volta che a Venezia vince un film da mostra d’arte, sarà felice.
L’unica grande certezza immutevole è che La cricchetta del cinemino resterà orribilmente snob sempre e solo per i motivi cruciali che riguardano la parte più genuina, profonda ed immortale della forma artistica cinematografica.

 

*** Cagacazzi vuol dire: “persona saccente, con la puzza sotto il naso, che si atteggia a nobil uomo, puntiglioso ma non sulle cose essenziali”.

PS L’opera artistica in copertina intitolata: Shape of water by Bianca Bosich riassume magistralmente in un solo fotogramma l’omonimo film presentato in concorso alla settantaquattresima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Ogni diritto di replica riservato™

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