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#Venezia73 – Ku Qian (Bitter Money) di Wang Bing

di il 07/04/2017
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Se per una parte di pubblico il cinema deve far sognare o divertire, per l’altra deve fare cultura. E se un regista rischia quest’ultima strada allora non può fingere nè prendersi gioco dello spettatore, non deve – ad esempio – fare quello che Rosi ha fatto in Sacro GRA vincendo pure il più meschino dei Leoni d’oro dell’ultima decade. Perché è nella profonda onestà che casca l’asino, ed è per questo che Wang Bing Si e troppi altri documentaristi No.

Il pianeta da cui viene questo film è lo stesso sul quale è nato l’ultimo di Lav Diaz (The Woman Who Left). Con una differenza, superflua per il godimento del pubblico, essenziale per chi valuta l’opera come arte: non vengono utilizzati attori, la storia segue la vita di persone reali per dare senso e prospettiva al mondo del lavoro in una Cina diventata la nazione più ricca e potente del mondo al piccolo prezzo di camminare sul sangue dei suoi operai.
Pura filosofia da manuale del piccolo critico quindi, ma non può non essere citata.

Pornografia del terzo mondo: ghetti, strade sporche, povertà, porte scrostate senza maniglie, lucchetti arrugginiti, camere d’albergo dai muri ammuffiti. Wang Bing è il più bravo regista al mondo a filmare il quotidiano per farne metafora/denuncia e Bitter Money ne è solo l’ennesima dimostrazione. È una Non-Fiction che dovrebbe essere mostrata ai puzzolenti bifolchi di quattordic’anni che popolano le aule scolastiche in Europa e USA: quella massa di idioti che nemmeno sogna che i suoi vanti tecnologici ed alla moda siano prodotti di spurgo di vite consumate, strizzate e buttate. Anime spezzate di ombre umanoidi che dormono in topaie e lavorano in condizioni tali da innescare l’autocombustione ad ogni copia stampata del testo unico 81/08.
L’obiettivo però non si sofferma solo sul modo di lavorare del tappeto di carne cinese: si sposta e sbircia curiosamente su come la vita privata reagisca agli standard prestazionali a cui i lavoratori devono sottendere. Da qui al discorso sulla violenza domestica e, in generale, il trattamento riservato alle donne, vissute come schiave in una relazione più economica che sentimentale, il passo è breve.
Indimenticabili esempi dei due cardini su cui ruota il film sono sia la litigata manesca del marito che vuole cacciare di casa la moglie, che il confezionamento finale delle magliette, caricate a tonnellate sopra una sorta di Apecar che sembra stia per frantumarsi da un momento all’altro in un inarrestabile susseguirsi di metafore sempre più crude.


Se Wang Bing fosse un musicista jazz le sue opere non sarebbero brani finiti e ben confezionati ma una selezione senza interruzione delle sue jam session preferite. Non certo messe li a caso, questo film è un’improvvisazione anche troppo consapevole, una di quelle possibili solo dopo aver accumulato competenze smisurate: quando ti immergi nel reale e decidi di coglierne il massimo non puoi contare sull’istinto ma sulla preparazione tecnica, sul talento e sull’esperinza. È palese che in questo campo da giochi il regista ci sguazzi da sempre, i risultati ecclatanti che ottiene non sono una questione di fortuna.

Il film è bello o brutto?
Ti interessa la vita del formicaio cinese, se per “vita” si intendono sia le condizioni di lavoro che il tempo libero risicato insufficiente a coltivare sentimenti, famiglia o amici? Ti interessa la fauna delle metropoli sovraffollate immerse nell’immondizia e lo smog? Vuoi sapere come e da chi vengono confezionati i vestiti per cui ti sputtani mezzo stipendio o piangi con mamma finché non te li compra? Se la risposta è si allora questo film è il miglior sbocco per quel mondo ossidato. L’unica alternativa possibile è trasferirsi e lavorare in una fabbrica di vestiti taroccati in Cina.
Wang Bing, come Lav Diaz, costruisce eleganti teletrasporti per mondi irraggiungibili, troppo costosi, troppo lontani o troppo pericolosi per gli europei castigati. Tutto al modico prezzo di un posto in quarta fila.
Scotty, energia!

PS Per gl’intelligentoni che per farsi un’idea leggono solo l’ultima parte delle recensioni faccio un riassunto veloce: documentario che dura più di due ore e mezza girato da un cazzo di musogiallo

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