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#Sitges2018 – film, odori, drag queen e amazzoni nella città più gaia d’Europa

di il 15/10/2018
 

Seppure in trasferta estera, cerco di non lasciarmi sfuggire le notizie più avvincenti provenienti dal nostro Bel Paese. Leggo quindi con estremo interesse l’estratto dell’intervista alla promessa sposa del noto turbosovranista filosofo Diego Fusaro, la quale dichiara:
La nostra giornata tipo è questa: lui si sveglia, si mette a studiare, io cucino per lui, pulisco per lui, stiro le sue camicie”. Le chiedono se sia sottomessa di fatto al suo uomo e lei conferma: “Si, esatto. E’ davvero così, davvero legge sempre Hegel. Il filosofo è abbastanza noioso, quindi gli piace fare sempre le stesse cose. Che ci volete fare?”.

Ed è così che finalmente, dopo anni di sbandamenti, capisco cosa voglio dalla vita: guardare i film del Sitges tutto il giorno, mentre qualcuno mi stira le copertine da divano, unico indumento necessario. Secondo i miei calcoli ho 50 edizioni e ¾ da recuperare, per un totale di nr. Film: tantissimi. Apro quindi ufficialmente il casting per la posizione da sottomesso.

La sala stampa, c’è pure il caffè

Fuor di epifanie esistenziali, devo ammettere che questo festival mi ha fatto subito dimenticare i piccoli intoppi organizzativi, facendomi divertire alla grande. A Sitges non c’è niente dell’ostentato glamour del Lido, niente sguardi sprezzanti e lotte intestine tra accrediti, niente fughe dalle sale causate da quei film che, con la pretesa di squarciarti l’animo, ti squarciano invece dalla noia (e più cadaveri sbrindellati cadono dalle poltroncine, più il film piace alla critica). Insomma, se la Mostra del cinema lagunare è  un rito onanistico, il festival spagnolo è un’orgia collettiva. C’è da dire infatti che per godermi l’incanto Sitges dal salotto di casa dovrei portarmi dietro tutto il pubblico e, credetemi, giunto ormai all’ultimo weekend, puzza parecchio. Ma l’essere travolti da un tifo incontenibile ad ogni sigla d’inizio proiezione (con l’immancabile scimmione che stritola gli aerei all’attacco sul litorale catalano), ad ogni sovrimpressione in ideogrammi, ad ogni scena d’azione improbabile o battuta irripetibile, vale tutte le ore di apnea.

La sala più profumata

KASANE BEAUTY AND FATE di Yuichi Sato racconta la tragedia di quando bellezza e talento abitano corpi diversi. La strada per il successo non ha alcuna pietà per i brutti, non fa nessuno sconto alla mediocrità, soprattutto se questa ambisce a trovare posto nella Storia. Nonostante l’uso di uno stratagemma che a tratti sfocia nel ridicolo, vi dico solo che ha a che fare con un rossetto maledetto, molti baci lesbo e improvvisi attacchi di narcolessia, il film riesce a tenermi in punta di sedia, tesa verso lo schermo per afferrare tutto quel che ne esce. Il gioco di corpi rende possibile l’impossibile: un animo che ha provato umiliazione e senso d’inferiorità’ si impadronisce di un corpo perfetto. La bellezza diventa schiava dell’arte, e pur rimanendo essenziale, si inchina di fronte all’assunto per cui solo il brutto può vantare una naturale intensità da portare sul palco. Tutto questo viene veicolato nel mors tua vita mea tra due adolescenti giapponesi, che scopro essere soggetto di un manga. E ora mi chiedo: la mia vita prima dei 20 anni, irreparabilmente senza manga, ha avuto un senso?

DIAMANTINO di Gabriel Abrantes: finalmente un film di impegno sociale come quelli che piacciono a me. Il regista compie una lucida analisi delle piaghe dell’età contemporanea: populismo, xenofobia, educazione delle masse, scandali finanziari, corruzione. Cosa c’è di nuovo? Che la prospettiva non è quella trita e ritrita dei poracci del popolino, bensì quella di un calciatore milionario portoghese col sixpack (magari ne esistessero davvero nel mondo reale…). Scherzo, o quasi. Questo film è un trip da vedere assolutamente, ma assolutamente sotto l’effetto di stupefacenti (io ero in sala con la puzza, e tanto mi è bastato a perdere quel poco di autocontrollo superfluo). C’è tutto quanto sopra ma anche molto di più: cucciolotti pelosi avvolti da schiuma rosa, mutazioni genetiche, finti rifugiati e collari vittoriani. Non voglio aggiungere altro perché la sorpresa è tutto, dico solo che Diamantino piacerebbe anche al nostro turbofilosofo Diego per la subliminale propaganda antieuropeista.

I WANT TO EAT YOUR PANCREAS di Shinichirō Ushijima mi ha fregata di brutto. Credevo di trovarmi di fronte ad un purulento splatter cannibale giapponese ed invece no, proprio no. Così imparo a scegliere dal programma senza nemmeno fare la fatica di leggere la trama. Ma stavolta sono contenta di non averlo fatto: questo anime si presenta sulla carta come la solita storia di due adolescenti che si innamorano ma uno è malato e deve morire. Mi vengono in mente tantissime variazioni sul tema, tra cui “The Fault in Our Stars” che mi aveva fatto vergognosamente piangere come un bambino a cui hanno rubato l’ultimo ovetto Kinder. Avevo detto basta, soprattutto per amor proprio. E invece eccomi catapultata in questa storia pastellata di una leggerezza inaspettata, paragonabile a quella che ho provato con “Before the Sunrise” di R. Linklater. L’anime ci fa stare in equilibrio, ci mostra la delicatezza di una relazione non definibile, fatta delle mille sfumature che compongono lo spettro cromatico tra amicizia e amore. La mia vicina di posto piange disperata, di sicuro le offrirei il mio ovetto Kinder, se lo avessi.
Finale dolce per questo Sitges film festival, ma resto in debito di un truculento splatter.

Dopo un’intensa giornata di proiezioni al cinema El retiro, il messaggio del mio compagno di viaggio mi riporta alla favolosa realtà:  “Ti piacciono le drag?” Ovvio che sì, e mi ritrovo al Comodin, che il gestore ci assicura essere il bar gay più antico d’Europa. Non ho trovato altre fonti attendibili a conferma del dato storico, ma io ai gestori dei bar che ospitano gli spettacoli delle Regine ho deciso di credere ciecamente. Ed insisto nel mio proposito quando, inoltrandomi nella conversazione, il proprietario mi dice che è  russo e che la Russia è  molto più democratica dell’Europa, che Putin riporterà Silvio al Governo  e che le donne devono smetterla con queste denunce perché il fatto che piacciano agli uomini è del tutto normale. Mentre me lo dice con fare intimidatorio, Vladimir (giuro, si chiama così) ha gli occhi fissi sullo stemma del festival impresso sulla mia maglietta. Se ne va, forse infastidito dal mio annuire poco entusiasta, e il mio amico commenta: “Copriti  meglio le tette, Carrer!”. Quando avrò finito di vedere i film del Sitges sul divano di casa, ricordatemi di aprire un bar gaio a Vladivostok.


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