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#Cannes2018 – The House That Jack Built di Lars von Trier

di il 12/07/2018
 

Eccovi qualche pensiero riguardante la visione di questo film, che forse spiegherà perché mi è stato impossibile classificarlo.

Long story short: mi è parsa la reazione di un bambino capriccioso che è stato allontanato dal parco giochi e ci torna solo per ripicca, cercando di creare più problemi di prima.

Matt Dillon è strepitoso e no, il mio non è un giudizio imparziale. Questo aitante cinquantenne resta pur sempre uno dei miei uomini preferiti, sia come attore che fisicamente, ma al di là dei miei personalissimi sogni erotici, qui è davvero bravissimo nei panni di Jack.

Il film è disseminato di citazioni (o meglio, scopiazzature) da Malick, Sokurov e persino da Derek Jarman (anche se io ci ho visto più che altro il peggior Aronofsky). Cerca di provocare orrore nello spettatore attraverso il mezzuccio banale della violenza (tagliare una tetta è da horror italiano degli anni Settanta). In questa truculenta mastectomia non c’è neppure un grammo di quella insopportabile angoscia che sgorgava da Breaking the waves o da Dancer in the dark.

Mi chiedo poi: perché quel susseguirsi di immagini di repertorio di Glenn Gould?

L’ultima parte, la trasformazione di Matt Dillon in Dante, è visivamente bellissima (ancora una volta grazie a Sokurov), ma del tutto incomprensibile. Davvero c’era bisogno dell’ennesima riproposizione dell’Inferno dantesco? Non abbiamo sofferto abbastanza con Benigni in prima serata RAI? Ad ogni modo, Bruno Ganz come Virgilio è adorabile! Invece riuscire a riconoscere Uma Thurman dopo tutti i trattamenti che ha subito la sua faccia è davvero difficile. Bisogna attendere i titoli di coda.

La ridondante equazione per cui cattiveria uguale arte e opera d’arte uguale violenza come costruzione di qualcosa di artistico, è un’ossessione che, per quanto ripetuta durante il film, non sono riuscito ad afferrare.

Ho fatto un’ora e mezzo di fila sotto il sole per vedere questo film, amo quasi tutti i film di Von Trier, soprattutto Melancholia che è uno dei miei preferiti in assoluto.
Questo film è stato davvero un buco nell’acqua, nato per reazione alla rabbia di essere stato definito nazista e misogino (caratteristiche di cui il regista banalmente veste il protagonista). Lo so, ci saranno fior fiore di recensioni positive dei grandi critici che riusciranno a vedere il vero cinema, la vera essenza. Io non ci sono riuscito. Pazienza.

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